Gli Emirati Arabi Uniti escono dall’Opec e il vecchio equilibrio del Golfo si frammenta
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Redazione Economia
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Con un preavviso di appena tre giorni, una mossa che sa più di ultimatum che di trattativa, gli Emirati Arabi Uniti hanno sancito il loro divorzio dall’Opec e dalla parallela Opec+, le due anime del cartello che per oltre mezzo secolo hanno dettato legge sui prezzi del greggio. Dal primo maggio 2026, dopo sessant’anni di militanza – un legame che risaliva addirittura al 1967, ben prima della nascita della federazione nel ’71 – Abu Dhabi ha deciso di fare da sé, liberandosi dai vincoli produttivi che, di fatto, hanno trasformato l’organizzazione nel braccio armato (economico) dell’Arabia Saudita. L’annuncio, piovuto come un fulmine a ciel sereno mentre i leader del Consiglio di cooperazione del Golfo erano riuniti a Gedda, non è solo una scelta tecnica legata alle quantità di barili; rappresenta piuttosto la crepa definitiva in quella compattezza che il Golfo aveva sempre venduto al mondo come un monolite incrollabile, una crepa attraverso cui già inizia a filtrare la nuova, frammentata geografia del potere energetico.
Perché Abu Dhabi dice addio (e cosa c’entra l’oleodotto di Fujairah)
A spingere la penna sul documento di divorzio non è stata una semplice crisi passeggera, ma una convinzione radicata che affonda le radici in anni di tensione silenziosa con Riad. Il nodo è, come spesso accade, la capacità produttiva: gli Emirati hanno investito somme enormi per portare la loro produzione potenziale a quasi 5 milioni di barili al giorno, con piani già pronti per spingersi oltre, eppure si sono visti costretti a lasciare inutilizzato un quarto di quella potenza di fuoco per rispettare le quote imposte dal cartello. In un’epoca in cui la guerra con l’Iran ha chiuso il rubinetto virtuale di Hormuz e i prezzi volano, l’atteggiamento saudita – storicamente orientato a limitare l’offerta per mantenere il costo del barile alto – è apparso ad Abu Dhabi come un freno inaccettabile alla propria crescita. A rendere credibile questa fuga, però, non è solo la volontà politica, ma un’infrastruttura fisica precisa: l’oleodotto Habshan-Fujairah. Pensate un po’, inaugurato nel 2012 con un investimento di 3,3 miliardi di dollari, questo tubo nel deserto permette al greggio emiratino di bypassare completamente lo Stretto di Hormuz, sbucando direttamente sull’Oceano Indiano lontano dalla portata dei missili iraniani. Non è quindi un caso che Abu Dhabi abbia scelto proprio questo momento per uscire: mentre i vicini restano ostaggio delle dinamiche belliche, lei ha già la valvola di sicurezza aperta.
I numeri della discordia e la reazione a catena dei mercati
Sul piano meramente aritmetico, il peso degli Emirati non è marginale: rappresentavano circa il 10% della produzione del cartello, e la loro uscita priva l’Opec di una fetta consistente della sua influenza, riducendo la capacità complessiva del gruppo di circa il 15%. Ma il vero terremoto non è nel dato immediato – perché la guerra in corso ha già ridotto la capacità di esportazione di tutti – quanto nella promessa implicita di ciò che accadrà domani. Non appena Hormuz tornerà a essere navigabile, Abu Dhabi avrà le mani libere per riversare sul mercato quei milioni di barili che finora erano rimasti in riserva, una mossa che secondo gli analisti di Oxford Economics potrebbe spingere il prezzo del Brent verso una correzione strutturale già a partire dal 2028. Intanto, per arginare il panico e dimostrare che il gruppo non è ancora morto, sette dei paesi rimasti nell’organizzazione hanno già risposto all’addio emiratino decidendo di aggiungere 188.000 barili di greggio al giorno alla produzione totale di giugno, un gesto quasi simbolico per mostrare l’impegno collettivo a sostenere la stabilità. Ma è un cerotto su una ferita che sanguina.
Le Mille e una notte, l’amante saudita e le sirene cinesi
Per capire la profondità della frattura, forse bisogna guardare al teatro di figura che si consuma ogni sera in quella regione, dove come Shahrazad nelle "Mille e una notte" la narrazione della tensione nel Golfo si interrompe sempre sul più bello per evitare il finale peggiore. Se il nemico dei tempi moderni non è più uno scià sanguinario pronto a tagliare la testa, ma i mercati – assetati di buone notizie più ancora che di petrolio fisico – gli Emirati hanno capito che l’unica protezione è l’autonomia totale. La scelta di abbandonare la nave saudita, formalmente ancora un’amante nella stessa alleanza militare anti-iraniana, è una scommessa sul futuro: pescare dalla parte delle sirene cinesi e indiane, i giganti asiatici che hanno fame di greggio a basso costo senza le complicazioni politiche occidentali. E se l’Opec dovesse perdere un altro pezzo domani, magari seguito dal Kuwait o dall’Iraq, allora non parleremmo più di una semplice scissione, ma della fine dell’era dei cartelli così come li abbiamo conosciuti.




