Finis Opec. Il cartello del petrolio al tramonto e ostaggio di Trump

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Bisogna mettere in fila un po’ di numeri per afferrare la reale portata della decisione degli Emirati Arabi Uniti di abbandonare l’Opec e la sua versione estesa (quella che include Russia, Kazakistan e altri), in una mossa che – a detta di esperti e analisti – segna l’inizio della fine del cartello del greggio. Con una media produttiva di 3,3 milioni di barili al giorno, il peso di Abu Dhabi all’interno dell’organizzazione storica è infatti tutt’altro che marginale: rappresenta il 13% della produzione complessiva, una fetta che sale al 15% se si escludono quei membri (Iran, Libia e Venezuela) che da tempo non sono soggetti ai vincoli imposti dal gruppo. Ma è soprattutto la capacità inutilizzata, lo “spare capacity”, a fare la differenza: gli Emirati possono arrivare a pompare quasi 5 milioni di barili al giorno, e quei 150 miliardi di dollari investiti dalla compagnia statale Adnoc per aumentare ulteriormente l’estrazione non tolleravano ancora a lungo la gabbia dei tetti produttivi.

Il tradimento di Sheikh Zayed e la mossa del cavallo americano

C’è una frase di Sheikh Zayed bin Sultan Al Nahyan, fondatore della federazione degli Emirati e sovrano di Abu Dhabi dal 1966, che andrebbe rimessa in circolazione perché spiega meglio di qualsiasi analisi cosa stia accadendo oggi nel Golfo. La pronunciò nel 1973, in piena crisi petrolifera, quando il mondo arabo usava l’embargo come arma politica: «Se la terra araba continuerà ad essere occupata e oggetto di aggressione, useremo ogni arma in nostro possesso, e prima di tutto il petrolio, per liberare la nostra terra». Mezzo secolo dopo, il gesto degli Emirati ribalta quella logica: non più la coesione contro un nemico esterno, ma la defezione unilaterale per inseguire il proprio tornaconto nazionale, assecondando (volontariamente o meno) gli interessi di Washington. La scelta, operativa dal prossimo 1° maggio, arriva in un momento in cui lo Stretto di Hormuz è di fatto bloccato: i produttori del Golvo fanno fatica a spedire il greggio, minacciati dagli attacchi iraniani, e questo contesto di caos fornisce la copertura perfetta per uscire senza provocare un crollo immediato delle quotazioni. Gli analisti lo definiscono un "grande successo" per Donald Trump, che da tempo accusa il cartello di "spennare il resto del mondo" – e che oggi vede indebolito uno dei principali strumenti di pressione collettiva sul prezzo del greggio.

La frattura con Riad e la partita dell'Europa

Sostituire Riad con Dubai: questa l’essenza della frattura geopolitica in atto, che priva l’Arabia Saudita di un alleato storico proprio nel momento in cui il regno saudita incassava i benefici della guerra. Mentre Abu Dhabi continua a esportare solo 1,5 milioni di barili al giorno attraverso l’oleodotto Habshan-Fujairah (l’unica via che evita il blocco iraniano), Riad riesce a far passare oltre 5 milioni di barili attraverso il Mar Rosso, intascando dollari a prezzi schizzati oltre i 115 dollari al barile. Il dato politico, però, sovrasta quello economico: il consigliere diplomatico presidenziale emiratino, Anwar Gargash, ha criticato apertamente i partner del Consiglio di Cooperazione del Golfo per una risposta giudicata "storicamente debole" sul piano politico e militare, una lacerazione che getta ombre sulla tenuta stessa del fronte sunnita. Per i mercati europei – già provati dallo shock energetico – l’incognita è totale: da un lato l’uscita potrebbe, nel medio periodo, liberare barili e calmierare i prezzi; dall’altro, la guerra delle quote e la fine della disciplina collettiva rischiano di innescare una volatilità inedita, con l’Opec che oggi governa meno del 30% dell’offerta mondiale, un ruolo da comprimario che stride con la sua storia di regolatore dei prezzi.

Il tramonto di un’era di petrodollari

Il potere dell’Opec e dei petrodollari nasce entrambi da una doppia crisi che scoppiò nel 1973: la guerra arabo-israeliana (con l’Arabia Saudita che decise l’embargo sulle esportazioni di greggio per mettere pressione sull’Occidente) e la crisi finanziaria americana (con lo sganciamento del dollaro dall’oro e la conseguente necessità di trovare un nuovo equilibrio monetario). Oggi che gli Emirati abbandonano la nave, si completa un ciclo storico. L’Indonesia se n’era andata nel 2016, il Qatar nel 2019, l’Ecuador nel 2020 e l’Angola nel 2024, ma nessuna di quelle defezioni – che rappresentavano ciascuna tra il 2 e il 3% della produzione del cartello – può reggere il confronto con il peso specifico di Abu Dhabi. I sauditi, che pure avevano bisogno del petrolio sopra i 100 dollari per pareggiare i conti di un’ambiziosa transizione economica post-petrolifera, restano ora con un organismo svuotato di senso, prigioniero illustre di Donald Trump e delle logiche bilaterali. Non è dunque solo un addio formale: è il segnale che il coordinamento multilaterale, già logoro, cede il passo all’istinto nazionale. E mentre il Cremlino (primo tra i commentatori) spera che non sia la fine dell’associazione, i fatti raccontano che il tabellone segna ormai il finis dell’Opec come lo abbiamo conosciuto.

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