La grande fuga dal cartello: gli Emirati, Trump e il golfo che non c’era più

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Quando, alcune settimane fa, i primi razzi hanno cominciato a solcare il cielo sopra lo Stretto di Hormuz – un braccio di mare strategico che collega i campi petroliferi del Golfo Persico al resto del mondo – pochi analisti avevano previsto che il vero terremoto non sarebbe stato solo militare, ma anche, e forse soprattutto, energetico. La dichiarazione di guerra che ha infiammato la regione, con gli Stati Uniti di Donald Trump (ormai stabilmente insediato alla Casa Bianca da oltre un anno) impegnati in una “scaramuccia”, come l’ha definita lui stesso, contro le milizie iraniane, ha avuto un effetto collaterale imprevisto: la dissoluzione del patto petrolifero che per sessant’anni aveva tenuto insieme i paesi produttori. In questo vuoto di potere, dove l’Opec non sembra più in grado di imporre la disciplina di un tempo, emerge la decisione – a dir poco folgorante – degli Emirati Arabi Uniti di abbandonare il tavolo.

Era il primo maggio quando Abu Dhabi ha ufficialmente salutato l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio, un’istituzione che aveva contribuito a fondare nel lontano 1967 e che per decenni aveva rappresentato il termometro geopolitico della penisola arabica. La decisione, maturata in silenzio e comunicata con un preavviso di appena tre giorni, è stata giustificata dal governo emiratino come una scelta di “visione strategica a lungo termine”, un modo elegante per dire che le regole del gioco erano cambiate e che loro, gli Emirati, non intendevano più sottostare ai dettami di Riyadh. Per capire la portata dello strappo, bisogna osservare i numeri: mentre l’Arabia Saudita premeva per mantenere un equilibrio artificiale delle scorte, gli Emirati avevano già investito centocinquanta miliardi di dollari per ampliare la propria capacità produttiva, puntando a raggiungere i cinque milioni di barili al giorno entro il prossimo anno; restare dentro il cartello, in questo contesto di crisi, sarebbe equivalso a tenere inutilizzato un esercito di greggio pronto a essere venduto. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, è evidente, è stata la guerra in corso: con lo Stretto di Hormuz di fatto bloccato dalle milizie iraniane e le petroliere costrette a percorsi alternativi o a restare all’ancora, l’illusione della sicurezza collettiva è crollata.

La frattura con Riyadh e il ruolo di Kristin Diwan

L’addio degli Emirati non è però solo una questione di barili, ma una ferita inferta all’orgoglio saudita. Kristin Diwan, analista di lungo corso presso l’Arab Gulf States Institute di Washington, ha definito la mossa di Abu Dhabi “un enorme schiaffo in faccia all’Arabia Saudita”, sottolineando come gli Emirati non intendano più agire con quella deferenza che per anni ha caratterizzato i rapporti tra i due pesi massimi del Golfo. In fondo, si tratta di una dichiarazione di indipendenza più che di una divergenza tecnica: mentre Mohammed bin Salman cerca di tenere in vita l’alleanza Opec+ (quella che include la Russia e che negli ultimi anni aveva tentato di arginare l’influenza occidentale), Abu Dhabi guarda altrove, forse verso una maggiore integrazione con gli interessi statunitensi o, più semplicemente, verso la gestione autonoma dei propri giacimenti. È una frattura che risuona forte in una regione dove l’unità di intenti, perlomeno contro l’Iran, sembrava l’unico collante rimasto, ma che ora si sgretola di fronte alle ambizioni personali di ogni emirato.

Il mercato del terrore e il petrolio senza rete

Se l’Opec per decenni è stato l’assicurazione contro l’imprevedibilità dei mercati – capace di tagliare o aumentare la produzione per calmierare i prezzi – la sua attuale impotenza sta trasformando il Golfo in un ring senza arbitro. Con l’uscita di scena degli Emirati, e con il Venezuela e l’Iran di fatto neutralizzati dalle operazioni militari a stelle e strisce, il cartello controlla ormai una fetta marginale del mercato globale, ridotta a meno del trenta per cento della produzione totale. Questo vuoto di governance ha un effetto paradossale: da un lato, libera i singoli produttori dalla camicia di forza delle quote (Abu Dhabi, ad esempio, potrebbe ora inondare il mercato di greggio appena la via di Hormuz venisse riaperta), dall’altro, elimina quel cuscinetto di “capacità in eccesso” che in passato ammortizzava gli shock, come accadde durante la pandemia quando Trump stesso pregò i sauditi di tagliare la produzione per salvare l’industria dello shale americano. Oggi, quella rete di sicurezza non c’è più.

L’assedio nello Stretto e le sirene cinesi

A complicare ulteriormente il quadro c’è la questione logistica: la guerra ha trasformato Hormuz in una trappola mortale. Le forze iraniane, bloccando il passaggio, tengono in ostaggio una fetta enorme del petrolio mondiale, e se è vero che gli Stati Uniti hanno lanciato l’operazione “Project Freedom” per forzare il blocco, è altrettanto vero che le navi commerciali – oltre novecento secondo le ultime rilevazioni – restano ferme o subiscono attacchi missilistici al largo delle coste emiratine. Ed è qui che emerge l’ultimo pezzo del puzzle: gli Emirati, svincolatisi dall’Opec, guardano con rinnovato interesse ai mercati asiatici. Porti come Fujairah, situati strategicamente fuori dalla gola di Hormuz, offrono una via d’uscita sicura per il greggio destinato a Cina, Giappone e Corea del Sud, i veri assetati di energia del nuovo millennio. Abu Dhabi non vuole più fare i conti con la diplomazia saudita o con le pressioni di Washington; vuole sedersi al tavolo con Pechino e vendere, senza intermediari, il suo futuro di idrocarburi. In un Medio Oriente devastato dalle ostilità, l’addio all’Opec non è una resa: è una fuga in avanti, a vele spiegate, verso un ordine liquido dove ogni paese naviga da solo.

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