Morti sul lavoro a Napoli, la strage senza fine e le domande senza risposta
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Redazione Interno
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Tre operai sono morti precipitando da un’impalcatura a venticinque metri d’altezza, in un cantiere di via San Giacomo dei Capri, a Napoli. Vincenzo Del Grosso, 54 anni, Ciro Pierro, 62, e Luigi Romano, 67, non avevano caschi, né imbracature anticaduta. Due di loro, secondo le prime ricostruzioni, lavoravano in nero. «Ho aperto la finestra e li ho visti a terra, già senza vita», ha raccontato Francesco Leone, commerciante della zona, che ha assistito alla scena. Una tragedia annunciata, l’ennesima, in un Paese dove i cantieri continuano a mietere vittime nonostante le promesse, le leggi e i controlli che, evidentemente, non bastano mai.
Quello delle morti bianche è un bollettino di guerra che non si arresta: secondo l’Inail, nel 2024 gli infortuni nel settore edile sono aumentati del 2,8% rispetto all’anno precedente. Eppure, le misure per contrastare il fenomeno sembrano muoversi con colpevole lentezza. La cosiddetta “patente a crediti”, introdotta dal governo il primo ottobre 2024 per incentivare le imprese a rispettare le norme di sicurezza, finora è stata rilasciata solo a 460mila aziende, poco più della metà delle 800mila potenzialmente coinvolte. Un ritardo che, di fronte a episodi come quello di Napoli, assume i contorni di una negligenza strutturale.
Ma la questione, come spesso accade, va oltre i numeri. Quello che emerge dalle indagini è un quadro di precarietà diffusa, dove il lavoro nero e il mancato rispetto delle norme minime di sicurezza si intrecciano in un circolo vizioso che ha come unico esito la morte. Se i controlli ci sono, evidentemente non funzionano; se le leggi esistono, qualcuno le ignora. E intanto, mentre la politica discute e le imprese accumulano ritardi, i cantieri restano luoghi pericolosi, dove la vita degli operai vale meno di un giorno di lavoro.




