Il paradosso di «Belve»: quando sapere tutto in anticipo non uccide la sorpresa
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un meccanismo, a prima vista controintuitivo, che regola il successo del programma «Belve» e che la settima stagione, partita il 7 aprile su Rai 2, ha deciso di non tradire. Mentre gran parte del panorama televisivo trema all’idea di spoiler o fughe di notizie, il talk show di Francesca Fagnani ha costruito la sua identità su un azzardo preciso: raccontare quasi per intero, prima ancora che l’intervista vada in onda, i colpi più bassi e le confessioni più succose dei propri ospiti. Una strategia, quest’ultima, che trova la sua ragion d’essere nella natura stessa del format, dove la forma diventa spesso più importante del contenuto. Se a «Belve» non ci fosse altro – ci si potrebbe chiedere – si potrebbe sempre assistere allo spettacolo di come si smonta un’icona come David Bowie o di come si decostruisce il mito di Salvador Dalì.
Le anticipazioni rilasciate prima del debutto hanno funzionato da perfetto spot: la promessa di Amanda Lear intenta a raccontare un ménage surreale fatto di arte, LSD e mariti complici, con la rivelazione esplicita che «Salvador Dalì era impotente e mi presentava altri uomini» e che «David Bowie faceva schifo». Eppure, paradossalmente, sapere queste frasi a memoria non ha ridotto l’interesse per la puntata; anzi, lo ha moltiplicato. Il trucco, evidentemente, non risiede nelle parole in sé, ma nel clima che le circonda: la rigidità della conduttrice, il bianco e nero asettico dello studio e quella capacità, tutta italiana, di trasformare un interrogatorio in un rito catartico.
Il peso specifico di un cast (e l’effetto Zeudi Di Palma)
Se Amanda Lear e Micaela Ramazzotti rappresentano la certezza di un racconto di vita sofisticato, la presenza di Zeudi Di Palma nel trio della prima serata ha rappresentato l’altra faccia della medaglia, quella più incline al cortocircuito generazionale. Per ciascuna confessione della Lear o della Ramazzotti, che magari tocca corde profonde legate a relazioni passate o carriere artistiche, la partecipazione di Di Palma – ex Miss Italia 2021 ed ex concorrente del «Grande Fratello» – ha rischiato di far deragliare il treno dell’alta tensione emotiva. La sua intervista, infatti, è stata accolta da un verdetto social senza appello, definita da alcuni osservatori un «grande NO» per la superficialità delle ambizioni dichiarate – come il voler essere «un po’ Chiara Ferragni e un po’ Greta Thunberg» – o per la gestione di una raccolta fondi organizzata dai fan, il cosiddetto «Fondo Zeudi».
Eppure, anche questo scarto qualitativo gioca a favore della macchina narrativa di Fagnani. L’imperfezione dell’intervista o la scarsa profondità di un ospite, se mostrata senza filtri, diventa essa stessa un pezzo di realtà cruda. A differenza di altri salotti dove la mediocrità viene lucidata fino a farla sembrare talento, qui la conduttrice lascia che il vuoto risuoni, e quel rumore, per quanto fastidioso, mantiene alta la tensione. È la prova provata che «Belve» funziona anche quando fallisce, perché il suo unico vero obiettivo non è esaltare l’ospite, ma metterlo a nudo.
La svolta crime e il nuovo pubblico su Disney+
Questa edizione, però, non vive solo di confessioni patinate o di gossip a luci rosse. Il format si sta espandendo, sia nei contenuti che nelle piattaforme. Oltre ai consueti faccia a faccia, la programmazione prevede uno sganciamento verso il torbido con la nuova declinazione «Belve Crime», dove l’attenzione si sposterà su vicende di cronaca nera, intervistando colpevoli o testimoni di delitti efferati. Una scelta, questa, che segue la scia del successo dei podcast true crime italiani, ma applicata allo stile graffiante della giornalista. Si tratta di un territorio minato, quello della sofferenza reale, dove la curiosità deve fare i conti con il rispetto per le vittime; un equilibrio delicato che la produzione sembra voler gestire con l’asciuttezza che contraddistingue il resto del programma.
Sul fronte della distribuzione, «Belve» ha allargato il proprio recinto digitale. L’accordo siglato tra Rai e Disney+ ha reso il programma disponibile in streaming sulla piattaforma topolino a partire dal giorno successivo alla messa in onda. Un’operazione, quest’ultima, che mira a pescare un pubblico più giovane, solitamente refrattario alla fruizione lineare del martedì sera su Rai 2, garantendo al contempo al talk show una seconda vita fatta di clip virali e passaparola. Non si tratta solo di una vetrina più ampia, ma di un cambio di ecosistema: da prodotto nazionalpopolare a contenuto da catalogo globale.
I provini della gente comune: la fine del divismo
L’altra grande novità di questa edizione è forse la più significativa per comprendere l’evoluzione della specie. Da quest’anno, infatti, vanno in onda i «provini di Belve»: persone comuni, estranee al mondo dello spettacolo, che salgono sullo stesso sgabello riservato ai vip. L’idea, nata da un appello lanciato nella scorsa stagione che aveva raccolto oltre undicimila candidature, trasforma il programma in una sorta di psicanalisi collettiva laica. Se il meccanismo regge, e se la Fagnani riuscirà a mantenere lo stesso livello di incisività con intervistati senza un’immagine pubblica da difendere, «Belve» potrebbe compiere il salto definitivo: non più solo un tribunale per i potenti, ma uno specchio per l’italiano medio, che spesso ha molto più da nascondere di un attore o di una cantante.




