Il rientro di Manfredi Marcucci e i nodi dell’inchiesta sul rogo di Crans-Montana

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Redazione Interno Redazione Interno   -   C’è un letto vuoto, al Niguarda di Milano, e uno occupato, al Gemelli di Roma, a segnare il ritorno a casa di Manfredi Marcucci. Il sedicenne del quartiere Prati, rimasto gravemente ferito nell’incendio che la notte di Capodanno ha devastato la discoteca Le Constellation di Crans-Montana, è tornato nella sua città. Lo ha fatto a bordo di un Frecciarossa, sabato 8 marzo, assistito durante il viaggio dai medici che lo hanno avuto in cura in queste lunghissime settimane. Un trasferimento, il suo, che era stato anticipato dall’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Guido Bertolaso, il quale solo il giorno prima, a margine di un evento proprio al Niguarda, aveva annunciato che uno dei ragazzi coinvolti nella strage – Manfredi, appunto – sarebbe stato dimesso per essere preso in carico da una struttura specializzata in grandi ustionati. Da ieri pomeriggio, quindi, il ragazzo è ricoverato al Policlinico Gemelli, dove la sua battaglia, fatta di interventi e di una riabilitazione complessa, prosegue lontana dai riflettori ma ugualmente intensa. Suo padre, Umberto Marcucci, parlando dai corridoi dell’ospedale romano, ha raccontato a chi lo ascoltava la speranza, quasi ingenua, che il figlio potesse finalmente dormire nel suo letto, e la realtà, invece, di una nuova notte di osservazione per alcune complicanze alla trachea. Una frase, quella del padre, «Mio figlio vuole riavere la sua vita», che racchiude un desiderio semplice e universale, e che riecheggia nelle stanze d’ospedale come una promessa ancora tutta da costruire.

I pm romani a Sion per esaminare il fascicolo

Mentre Manfredi e la sua famiglia cercano di ritrovare una normalità fatta di stanze d’ospedale e speranze, l’inchiesta sulla strage che ha ucciso 41 persone, tra cui sei giovani italiani, continua a muoversi sui binari, talvolta lenti e tortuosi, della cooperazione giudiziaria internazionale. Tra il 23 e il 27 marzo, una delegazione della procura di Roma si recherà a Sion, nel canton Vallese, per esaminare il fascicolo dell’inchiesta elvetica. Un passo fondamentale, questo, che arriva dopo l’accordo per una «cooperazione rafforzata» siglato il 19 febbraio scorso a Berna tra il procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi e la procuratrice generale svizzera Béatrice Pilloud. Un accordo che, va detto, non ha istituito una squadra investigativa comune – quella che l’Italia aveva richiesto e che la Svizzera ha di fatto negato, sollevando piú di una perplessità a livello diplomatico – ma che almeno consente ai magistrati italiani di accedere agli atti, sebbene a una selezione di questi, operata dai colleghi elvetici. Un paradosso non da poco, considerando che gli stessi avvocati di parte civile, in Svizzera, hanno accesso integrale al fascicolo, mentre gli inquirenti romani dovranno accontentarsi di quanto verrà loro concesso.

Le ombre sulla gestione dell’indagine e il ruolo dei titolari del locale

Ma l’inchiesta svizzera, nel frattempo, non è priva di ombre e polemiche interne. Da settimane, i legali di alcune vittime e i familiari dei ragazzi morti nel rogo puntano il dito contro la procura di Sion, accusata di muoversi con lentezza e, soprattutto, con una vicinanza fin troppo sospetta agli ambienti locali. L’avvocato Sébastien Fanti, che rappresenta molte delle parti civili, ha usato parole dure, parlando di una «cricca» che comanderebbe nelle valli, dove «tutti giocano insieme a golf», un’immagine, questa, che suggerisce conflitti d’interesse e una rete di relazioni inconfessabili. Critiche che si sono appuntate anche sulla gestione delle prove: i profili social del locale furono cancellati mentre i soccorritori erano ancora al lavoro tra le macerie, e le perquisizioni sono arrivate solo giorni dopo la strage. Nel mirino, inevitabilmente, finiscono i gestori del Constellation, Jacques e Jessica Moretti, una coppia di francesi che, secondo diverse testimonianze, la notte dell’incendio sarebbe fuggita con la cassa, abbandonando i clienti al loro destino. Di loro si sa che hanno una lunga esperienza nella gestione del locale, e che sulle loro spalle pesano le accuse di omicidio colposo e lesioni; c’è anche chi, tra i dipendenti sopravvissuti, li accusa di aver chiesto espressamente di accendere i fuochi d’artificio sulle bottiglie, scaricando poi le colpe sui lavoratori.

Le difficoltà di un'indagine a due voci

E così, mentre il padre di Manfredi veglia suo figlio al Gemelli, e mentre i giudici italiani si preparano a varcare il confine per consultare le carte dell’inchiesta, resta sullo sfondo una ferita aperta, fatta di decine di famiglie distrutte e di responsabilità ancora tutte da accertare. La macchina della giustizia, si sa, procede con i suoi tempi, e in questo caso deve fare i conti con due ordinamenti diversi, due sensibilità giuridiche e, forse, due diversi modi di intendere la trasparenza. Da un lato, la procura di Roma, che cerca risposte per i familiari delle sei vittime italiane e per i feriti come Manfredi; dall’altro, la magistratura elvetica, gelosa della propria sovranità e dei propri codici, che procede spigolosa tra le critiche e le pressioni internazionali. Una cooperazione rafforzata, l’hanno chiamata. Ma per chi aspetta giustizia, ogni rafforzamento non sarà mai abbastanza veloce.

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