Tim: la Cassazione chiude il contenzioso sul canone del '98 e apre la strada alla semplificazione del capitale
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Redazione Economia
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La Corte di Cassazione ha posto la parola fine a una vertenza legale durata oltre ventisette anni, rigettando il ricorso della Presidenza del Consiglio dei Ministri e confermando in via definitiva l'obbligo per lo Stato di rimborsare a Tim una somma di poco superiore al miliardo di euro-2-4-9. Tale importo, che chiude il contenzioso sul canone di concessione preteso per l'anno 1998, è costituito dal capitale originario – poco più di cinquecento milioni – maggiorato della rivalutazione e degli interessi maturati in quasi tre decenni-1-6. La sentenza, che segue quella favorevole emessa dalla Corte d'Appello di Roma nell'aprile 2024, rappresenta l'epilogo di un iter giudiziario complesso, avviato dall'azienda già nel 2000 contro un contributo obbligatorio che, come poi stabilito anche dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea, era ritenuto incompatibile con le norme comunitarie sulla liberalizzazione del settore-1-5-9.
Il piano per unificare le azioni e ridisegnare il patrimonio netto
A poche ore dalla comunicazione dell'esito del giudizio, il Consiglio di Amministrazione di Tim, riunitosi sotto la presidenza di Alberta Figari, ha deliberato una proposta operativa destinata a rimodellare la struttura societaria. L'operazione, che sarà sottoposta al voto delle assemblee il 28 gennaio prossimo, è duplice e inscindibile: prevede infatti sia la conversione delle azioni di risparmio in ordinarie, sia una consistente riduzione del capitale sociale. La ratio, esplicitata dalla società guidata dall'amministratore delegato Pietro Labriola, punta a razionalizzare l'assetto proprietario, semplificare la governance e ridurre i costi di gestione legati alla quotazione di due categorie di titoli, creando al contempo le condizioni per una maggiore liquidità del Titolo unificato.
I termini della conversione per gli azionisti
La proposta di conversione si articola in due fasi successive. Nella prima, di carattere facoltativo, ai possessori di azioni di risparmio è attribuita la facoltà di convertirle in titoli ordinari sulla base di un rapporto uno a uno, con l'aggiunta di un conguaglio in denaro pari a dodici centesimi per ogni azione ceduta. Terminato questo periodo, scatterebbe la conversione obbligatoria per le rimanenti azioni di risparmio, sempre con rapporto di cambio paritario ma con un conguaglio ridotto a quattro centesimi. Il Consiglio ha stabilito il valore di liquidazione per il diritto di recesso in 51,17 centesimi per azione, subordinando l'efficacia dell'intera operazione al fatto che l'esborso massimo per i recessi non superi la soglia dei cento milioni di euro.
Gli effetti attesi sulla composizione del capitale
Accanto alla conversione, il board ha proposto una riduzione volontaria del capitale sociale da circa undici miliardi e settecento milioni a sei miliardi di euro. Questa manovra, resa necessaria dalla significativa riduzione del patrimonio netto seguita alla cessione di FiberCop e dalla conseguente struttura squilibrata – con il capitale che oggi costituisce circa il novantasei per cento del totale – mira a ricostituire riserve disponibili. Una parte dell'importo, fino a un quinto del nuovo capitale, sarebbe destinata a riserva legale, mentre il residuo andrebbe a formare una riserva utilizzabile, tra l'altro, per far fronte ai conguagli in denaro previsti dall'operazione di conversione. L'attuazione del piano, che si avvarrà anche dei proventi del maxi-rimborso statale, comporterebbe un riallineamento della composizione patrimoniale agli standard di mercato e una diluizione della partecipazione di Poste Italiane, che scenderebbe al di sotto del venti per cento del capitale votante.




