Energia e sovranità, l’Ue si confronta con i nuovi equilibri dopo Ungheria e Bulgaria

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La riunione straordinaria dei leader europei, convocata a Cipro sotto il peso dell’emergenza energetica scatenata dalla Guerra del Golfo – con il blocco navale nello stretto di Hormuz che ha fatto impennare i prezzi del greggio e del gas – si trasforma inevitabilmente in un banco di prova per gli equilibri interni all’Unione, appena ridefiniti da due tornate elettorali cruciali. Da un lato, l’Ungheria ha voltato pagina: la debacle di Viktor Orbán, spazzato via dall’affermazione del suo sfidante Magyar, ha aperto una crepa nel fronte dei cosiddetti “vespeisti”; dall’altro, la Bulgaria ha scelto la strada opposta, consegnando le chiavi del governo al filorusso Radev, un leader che molti osservatori, pur con la necessaria cautela, indicano già come il possibile nuovo “alleato” di Mosca nel Consiglio europeo.

L’ombra di Radev e il timore di un nuovo veto

Proprio la vittoria di Radev a Sofia, va detto, alimenta il timore che si ripeta – o addirittura si aggravì – lo schema di blocco delle decisioni comunitarie finora utilizzato da Orbán. Il presidente bulgaro, la cui affinità con il Cremlino non è mai stata un segreto, potrebbe infatti sostituire il leader ungherese uscente nell’opera di sabotaggio sistematico delle politiche comuni, specie in materia di sanzioni e di sostegno militare a Kiev. E non è un caso che, nella villetta sul Monte Vitosha – dove l’autocrate più vecchio d’Europa tesse le sue trame – si respiri già un’aria diversa, meno accomodante verso Bruxelles. La preoccupazione, diffusa tra i diplomatici presenti a Nicosia, è che l’asse Orban-Magyar si trasformi in un asse Radev-Magyar, con conseguenze dirette sulla capacità dell’Ue di reagire all’emergenza del momento.

Il nodo dell’unanimità, una riforma ormai indifferibile

Ed è proprio qui che si innesta il dibattito più tecnico, eppure politicamente esplosivo: l’abolizione del voto all’unanimità in seno al Consiglio, da sostituire con il meccanismo della maggioranza qualificata. Una riforma da anni sulla carta, ma mai realmente affrontata con la dovuta urgenza. Ora, con un blocco dello stretto di Hormuz che asfissia le economie europee – si pensi solo all’Italia, storicamente dipendente da quel corridoio – e con due Paesi membri (uno in uscita dalla fase orbaniana, l’altro in ingresso in quella radeviana) che potrebbero paralizzare ogni decisione, l’esigenza diventa drammatica. Come ha scritto un lettore a un noto editorialista, «ora, perché domani sarà troppo tardi». E l’editorialista, dal canto suo, ha risposto con secchezza: «Fuori Orbán, dentro Radev: Putin ha comunque un amico in Europa».

Le reazioni misurate di Bruxelles: Falcone e Orlando a confronto

Sul fronte politico italiano, le posizioni arrivano filtrate da dichiarazioni pubbliche misurate ma significative. Marco Falcone, esponente di Forza Italia, ha commentato l’esito delle consultazioni bulgare sottolineando che «le elezioni in Bulgaria rappresentano un’espressione di democrazia e partecipazione che rispettiamo», aggiungendo però con realismo: «La nostra speranza è che il nuovo corso possa abbracciare un’idea chiaramente europeista, nonostante i primi segnali non siano dei più incoraggianti». Una cautela, quella di Falcone, che non è solo formale: Radev ha già annunciato l’intenzione di rivedere alcuni accordi con Bruxelles. Dall’altra parte dello schieramento politico, un altro esponente, Orlando, ha invece voluto precisare che «il nuovo governo bulgaro rispetti i principi chiave dell’Ue». Due approcci, questi, che rivelano quanto la partita bulgara sia considerata a Roma non una vicenda secondaria, ma un banco di prova per la tenuta stessa del progetto europeo.

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