L’Unione europea aggiorna la lista dei paradisi fiscali: entrano Vietnam e isole Turks e Caicos
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Redazione Esteri
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La riunione del Consiglio Ecofin, l’organo che riunisce i ministri dell’Economia e delle Finanze dei Ventisette, ha ufficializzato oggi pomeriggio a Bruxelles l’aggiornamento semestrale della lista nera delle giurisdizioni considerate non cooperative ai fini fiscali, includendo nel documento due nuove realtà geografiche. Si tratta della Vietnam, paese del Sud-est asiatico con il quale l’Unione intrattiene da anni importanti relazioni commerciali, e dell’arcipelago caraibico di Turks e Caicos, territorio d’oltremare britannico che torna nell’elenco dopo essere stato rimosso soltanto due anni fa. La decisione, anticipata nelle scorse ore da fonti diplomatiche e ora ratificata dai ministri, porta a dieci il numero complessivo degli Stati e dei territori finiti sotto la lente d’ingrandimento di Bruxelles per le loro politiche in materia di trasparenza e scambio di informazioni.
L’inserimento di Hanoi nella black list, come si apprende dai documenti ufficiali pubblicati al termine della sessione, è una conseguenza diretta delle verifiche condotte dal Forum globale dell’Ocse sulla trasparenza e lo scambio di informazioni a fini fiscali; l’analisi, in particolare, ha evidenziato come il paese non soddisfi ancora gli standard richiesti per quel che concerne lo scambio di informazioni su richiesta, un pilastro fondamentale nella cooperazione internazionale contro l’evasione. Per quanto riguarda invece le isole Turks e Caicos, il provvedimento assume i contorni di una reprimenda formale: l’arcipelago, che pure aveva compiuto passi avanti in passato tanto da uscire dalla lista, ha fatto registrare secondo gli esperti dell’Unione un arresto nei progressi richiesti, con preoccupazioni specifiche sollevate in merito all’applicazione effettiva dei requisiti di sostanza economica per le imprese che vi stabiliscono la residenza, una prassi che serve a verificare che le attività commerciali non siano mere scatole vuote prive di reale operatività.
Le uscite da black list e i criteri di valutazione
In senso opposto, e a dimostrazione del carattere dinamico del meccanismo di monitoraggio, il Consiglio ha deliberato la cancellazione dall’elenco di tre paesi che hanno invece ottemperato agli impegni assunti in sede comunitaria. Si tratta di Figi, Samoa e Trinidad e Tobago, nazioni che erano state precedentemente segnalate per carenze nei loro sistemi fiscali ma che ora, avendo adeguato la propria legislazione e le proprie pratiche amministrative ai parametri richiesti, escono dalla lista nera per entrare di fatto tra le giurisdizioni considerate collaboranti. L’intero impianto, va ricordato, si basa su un meccanismo di revisione introdotto nel 2017 e che dal 2020 prevede aggiornamenti con cadenza semestrale, un sistema nato per censire quei paesi extraeuropei che, attraverso regimi fiscali agevolati e una scarsa trasparenza, finiscono per attrarre capitali spesso favoriscono fenomeni di elusione se non, in taluni casi, di vero e proprio riciclaggio.
Oltre ai nuovi ingressi di Vietnam e Turks e Caicos, la lista aggiornata conferma al proprio interno una serie di territori la cui posizione rimane invariata, almeno per il momento. Si tratta di una decina di giurisdizioni tra le quali figurano, oltre a quelle già menzionate, Panama, la Russia, Vanuatu e diversi territori legati agli Stati Uniti come le Samoa Americane, Guam e le Isole Vergini americane. Per queste ultime, spiegano i tecnici del Consiglio, nonostante alcuni sforzi profusi per allinearsi agli standard, i progressi non sono stati ritenuti ancora sufficienti per giustificare una rimozione dalla lista, a riprova di come la valutazione non sia solo formale ma richieda risultati concreti e misurabili.
Le conseguenze operative dell’iscrizione
Essere inclusi nella lista nera dell’Unione europea non comporta l’applicazione automatica di sanzioni economiche collettive o embarghi commerciali, ma produce effetti concreti e immediati sul piano delle relazioni finanziarie con i Ventisette. Il principale contraccolpo, per i paesi che vi finiscono, riguarda la possibilità di accedere ai fondi strutturali e agli investimenti europei, oltre al divieto per le istituzioni finanziarie dell’Ue di canalizzare risorse attraverso entità localizzate in quelle giurisdizioni. A ciò si aggiungono misure di carattere amministrativo che i singoli Stati membri sono chiamati ad applicare, come l’intensificazione dei controlli e delle verifiche sulle operazioni finanziarie che coinvolgono soggetti residenti in quei territori, una stretta che può tradursi in maggiore burocrazia e in una perdita di attrattività per gli investitori internazionali.
Parallelamente alla black list, l’Ecofin ha aggiornato anche il cosiddetto documento di accompagnamento, spesso definito informalmente "lista grigia", che include quelle giurisdizioni che pur non essendo ancora pienamente conformi si sono impegnate formalmente a introdurre le riforme necessarie entro scadenze definite. Da questo secondo elenco sono stati rimossi Antigua e Barbuda e le Seychelles, dopo che l’Ocse ha dato parere positivo sui loro sistemi di scambio di informazioni, mentre per il Brunei è stata concessa una proroga di sei mesi per completare l’adeguamento del proprio regime di esenzioni sui redditi di fonte estera. L’attenzione di Bruxelles, in sintesi, resta alta su un centinaio di paesi, con la prossima verifica già calendarizzata per il mese di ottobre, a conferma di un’attività di vigilanza che non conosce soste e che mira a uniformare verso l’alto gli standard di trasparenza fiscale globale.




