Spacex, la corsa all'Ipo si scontra con le regole del sab 500
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Redazione Economia
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Mentre gli analisti di Wall Street si trovano a gestire un flusso di chiamate, fino a venti al giorno secondo le indiscrezioni raccolte da Reuters, che ha quasi del raddoppio rispetto ai canonici dieci-quindici contatti registrati per le quotazioni più ambite, l'operazione da record messa a punto da SpaceX deve fare i conti con una realtà istituzionale tanto rigida quanto, per certi versi, prevedibile.
Il colosso aerospaziale guidato da Musk, che punta a raccogliere 75 miliardi di dollari con un prezzo per azione fissato a 135 dollari, si trova di fronte a una domanda talmente elevata da aver già superato l'offerta disponibile; e tuttavia, la sua ascesa nel principale indice azionario mondiale è stata bruscamente interrotta da S&P Dow Jones Indices.
L’ente, con una decisione chiarificatrice, ha escluso ogni ipotesi di “fast track”, ribadendo che non verranno concesse deroghe alle regole di accesso, nemmeno per una società che, una volta quotata, si candiderebbe a entrare di diritto tra le prime dieci per capitalizzazione negli Stati Uniti.
I requisiti di redditività e il muro dei conti in perdita
Il nodo, per SpaceX, è essenzialmente contabile e, a ben vedere, rappresenta la classica cesoia che divide il mondo della finanza speculativa da quello degli investimenti passivi. S&P 500, lo ricordiamo, richiede che una società sia redditizia secondo i principi GAAP (General Accepted Accounting Principles) non solo nell’ultimo trimestre, ma anche nella somma degli ultimi quattro trimestri. Ed è proprio qui che il progetto dell’azienda inciampa.
Nonostante i ricavi del 2025 abbiano toccato quota 186,7 miliardi di dollari, spinti in larga parte dalle performance di Starlink, il bilancio netto presenta una perdita di 49,4 miliardi di dollari. Una voragine, quella nei conti, che deriva in larga misura dalla fusione con xAI e dagli investimenti massicci nell’intelligenza artificiale, un settore che ha letteralmente divorato risorse generando perdite operative per 2,47 miliardi nel solo primo trimestre del 2026.
Senza quei profitti richiesti dalla regola, la porta del principale benchmark americano rimane sbarrata, e la scelta dell’indice di non cedere alle pressioni – nonostante il clamore mediatico – è stata accolta con favore da chi, come B. Riley Wealth, vede in questa fermezza una garanzia di credibilità per l’intero sistema.
La risposta del mercato e la strategia alternativa sul Nasdaq
Proprio mentre S&P chiudeva la porta, altri operatori ne aprivano altre, forse più piccole, ma certamente agibili. Il Nasdaq, ad esempio, ha già rivisto i propri parametri per il Nasdaq 100, riducendo drasticamente il periodo di osservazione da un minimo di tre mesi a soli quindici giorni di negoziazione. Una mossa che, di fatto, permetterà ai fondi passivi che replicano quell’indice di comprare azioni SpaceX in tempi brevissimi, generando quella domanda meccanica che spesso alimenta la volatilità nei primi giorni di quotazione.
Lo stesso vale per FTSE Russell, che ha accorciato i tempi a cinque giorni. In questo quadro, l’esclusione dal S&P 500 rischia quindi di essere più un problema di prestigio che un danno concreto per la liquidità del titolo, almeno nel breve termine. La strategia di collocamento, va detto, ha già fatto centro: il roadshow, iniziato ieri con la partecipazione attiva di colossi come JPMorgan, ha visto un coinvolgimento senza precedenti della clientela retail più facoltosa, con il CEO Jamie Dimon in persona a presentare l’affare a migliaia di potenziali sottoscrittori.
L’eccezionalità di un collocamento “a prezzo fisso”
C’è poi un dettaglio tecnico, che a molti potrebbe sfuggire, e che restituisce la misura della forza contrattuale di SpaceX in queste trattative. Contro ogni prassi consolidata per le IPO di grosse dimensioni, l’azienda ha imposto alle banche un collocamento a prezzo fisso: 135 dollari ad azione, senza la consueta forchetta che permette di tastare il polso della domanda. Una mossa che Musk aveva già sperimentato in altre occasioni, rivelatasi vincente, e che testimonia la volontà di dettare le regole del gioco piuttosto che subirle.
Certo, la strada per l’S&P 500 resta in salita: per ora, l’unica concessione fatta dal comitato degli indici è stata quella di permettere un inserimento più rapido negli indici Total Market, una nicchia certamente meno prestigiosa. E con una perdita cumulata che, dalla fondazione, supera i 37 miliardi di dollari, il traguardo della redditività richiesta appare ancora lontano all’orizzonte.
Per gli investitori, il rischio di una volatilità iniziale resta concreto, soprattutto considerando che il flottante sarà particolarmente ridotto, esponendo il titolo a oscillazioni brusche innescate dagli acquisti forzosi degli ETF.




