De Meo lascia Renault per Kering: l’addio che interroga il futuro dell’auto in Europa

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Luca de Meo, dopo cinque anni alla guida del gruppo Renault, ha deciso di voltare pagina. Le sue dimissioni, che diventeranno effettive dal 15 luglio, sono state accolte con gratitudine dal consiglio d’amministrazione, presieduto da Jean-Dominique Senard, per il lavoro svolto nel rilancio del costruttore francese. Ma la svolta, annunciata senza preavviso, ha sorpreso l’industria: de Meo, che aveva più volte messo in guardia sulle sfide del settore – definendo il 2025 «l’anno decisivo» –, ha scelto di approdare a Kering, colosso del lusso in difficoltà, per risollevare marchi come Gucci.

Il passaggio da un’industria pesante come quella automobilistica al mondo della moda non è solo una questione di carriera. Dietro c’è un segnale più ampio, che riguarda le prospettive dell’auto in Europa. De Meo, già ai vertici di Fiat e Volkswagen prima di approdare a Renault, aveva più volte criticato la transizione forzata verso l’elettrico, scontrandosi con le posizioni tedesche e con le rigidità del Green Deal. «L’Europa deve scegliere se vuole ancora essere una terra dell’industria automobilistica», aveva avvertito a maggio, lasciando intendere che il settore rischia di perdere competitività.

In Francia, la stampa ha colto il simbolismo della mossa. Alcuni analisti sottolineano come il suo addio possa essere letto come una mancanza di fiducia nel futuro dell’automotive, schiacciato tra normative stringenti, concorrenza asiatica e calo d’interesse tra le nuove generazioni. «I giovani non sognano più l’auto», ha osservato un editoriale, citando le parole dello stesso de Meo.

La partenza del manager solleva interrogativi anche sui team sportivi legati a Renault, in Formula 1 e nel Mondiale Endurance (WEC), che sotto la sua gestione avevano ritrovato slancio. Ma il nodo principale rimane l’industria europea: se un manager come de Meo, considerato tra i più brillanti del settore, opta per il lusso, significa che qualcosa, nelle politiche continentali, non sta funzionando. Senza polemiche, ma con dati alla mano, la sua scelta racconta una sfiducia che va oltre le singole aziende.

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