Suore italiane uccise in Burundi nel 2014, dopo dodici anni un arresto a Parma per il triplice omicidio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A quasi dodici anni di distanza da quei fatti di sangue che avevano sconvolto l’opinione pubblica, senza però che se ne facesse piena luce, un’operazione condotta dai carabinieri del Comando Provinciale di Parma ha portato all’arresto di Guillaume Harushimana, cinquantenne originario del Burundi e da tempo residente nel Parmense, dove lavorava come operaio in un’azienda agricola. L’uomo, che secondo quanto ricostruito dagli inquirenti avrebbe avuto un ruolo da protagonista nell’organizzazione del massacro, è ora accusato di concorso in triplice omicidio: la Procura di Parma, che ha coordinato le indagini, lo ritiene infatti l’istigatore e il co-organizzatore logistico dell’eccidio di suor Olga Raschietti, di 83 anni, suor Lucia Pulici, di 75, e suor Bernardetta Boggian, di 79, le missionarie saveriane brutalmente assassinate tra il 7 e l’8 settembre del 2014 nella loro sede religiosa di Kamenge, un quartiere alla periferia di Bujumbura, la capitale economica del Burundi.

Le indagini, va detto, erano state archiviate per ben due volte in passato, nel 2014 e poi nuovamente nel 2018, per via di una carenza di elementi sufficienti a sostenere l’accusa in giudizio; ma è stato il lavoro di scavo giornalistico portato avanti da Giusy Baioni, autrice del libro-inchiesta “Nel cuore dei misteri” e collaboratrice del Fatto Quotidiano, a fornire lo slancio decisivo per la riapertura del caso. La presentazione del volume, avvenuta a Parma nel settembre del 2024, ha infatti convinto la Procura, nella persona del procuratore Alfonso D’Avino, ad avviare una terza fase investigativa che, nel giro di circa un anno, ha portato alla luce uno scenario ben più complesso e inquietante di quanto si fosse ipotizzato in origine: non più, dunque, la pista di un movente personale o di un gesto isolato compiuto da uno squilibrato – come pure era stato fatto credere all’indomani dei fatti dalle autorità locali – ma un’operazione pianificata a tavolino, maturata negli ambienti della polizia segreta burundese e con chiare motivazioni politiche. Secondo la ricostruzione dei magistrati, il mandante dell’omicidio sarebbe stato il defunto generale Adolphe Nshimirimana, all’epoca dei fatti a capo dei servizi segreti e considerato una delle figure più potenti e temute dell’entourage del presidente Pierre Nkurunziza; e Harushimana, stando a quanto emerso, era un suo stretto collaboratore, una sorta di factotum incaricato di fare da tramite tra il generale e i sicari, e di garantire loro la logistica necessaria per colpire.

Il ruolo dell’arrestato e i retroscena di un massacro rimasto a lungo senza verità

Il racconto degli inquirenti, basato su nuove testimonianze e su documenti acquisiti anche grazie al materiale fornito dalla giornalista, dipinge un quadro agghiacciante di ciò che accadde in quelle ore di terrore. Le prime due religiose, suor Olga e suor Lucia, vennero sorprese e uccise nel pomeriggio del 7 settembre, colpite con violenza e poi sgozzate; suor Bernardetta, invece, che in quel momento si trovava all’aeroporto per accogliere alcune consorelle in arrivo, rientrò in serata e scoprì i corpi, ma non fece in tempo a mettersi in salvo. I killer, che dopo la prima strage erano rimasti nascosti all’interno della missione, la notte successiva la uccisero con una ferocia inaudita, decapitandola e lasciando il capo reciso accanto al. Un dettaglio, quest’ultimo, che gli investigatori ritengono non sia affatto casuale: la decapitazione, secondo quanto sostenuto dalla Procura, potrebbe essere stata eseguita seguendo un rituale esoterico-sacrificale, un macabro auspicio che il generale Nshimirimana avrebbe richiesto per propiziare la propria candidatura alla presidenza della Repubblica. Accanto a questo movente, che potremmo definire di natura magico-religiosa, ne emergono altri due: il rifiuto opposto dalle suore di prestare cure mediche e fornire medicinali ad alcune milizie burundesi che operavano nella vicina Repubblica Democratica del Congo, e una disputa legata alla gestione dei fondi di un centro giovanile nella zona di Kamenge, un progetto che riceveva contributi dall’Emilia-Romagna e che vedeva coinvolto lo stesso Harushimana in qualità di referente di un’associazione di cooperazione. Gli esecutori materiali, come riferito dalla stampa internazionale citando il comunicato dei pm, indossarono camici da chierichetti per introdursi nella missione senza destare sospetti e, una volta compiuto il massacro, si allontanarono travestiti da poliziotti, utilizzando divise che sarebbero state fornite loro proprio dalla polizia segreta, la stessa che ufficialmente stava presidiando l’esterno dell’edificio dopo il primo duplice omicidio. Un dettaglio, quest’ultimo, che non solo conferma l’alto livello di infiltrazione e di impunità di cui godevano certi apparati nell’allora Burundi, ma che getta anche una luce sinistra sul depistaggio messo in atto all’indomani della strage, quando le autorità locali arrestarono un giovane con problemi psichiatrici, presentandolo come il folle assassino solitario. Guillaume Harushimana, che pure era già stato sentito come persona informata sui fatti nel 2018 (all’epoca esibì timbri sul passaporto per dimostrare di non trovarsi in Burundi nei giorni del delitto), si trova ora rinchiuso nel carcere di Parma, in attesa che la magistratura faccia il suo corso. L’arresto, va ricordato, è stato possibile solo dopo che il ministro della Giustizia ha dato il via libera alla richiesta di procedere, trattandosi di un cittadino straniero accusato di reati commessi all’estero ai danni di cittadini italiani.

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