L’ombra della polizia segreta burundese sul triplice omicidio delle suore saveriane: arrestato a Parma un cinquantenne dopo dodici anni
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Redazione Interno
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Il lungo braccio di ferro tra la ricerca di una verità sepolta dagli ingranaggi della politica africana e la pazienza investigativa della procura emiliana ha trovato il suo epilogo, almeno per uno dei tasselli che compongono il mosaico, nella mattina di oggi, quando i carabinieri del comando provinciale di Parma hanno notificato un’ordinanza di custodia cautelare in carcere a Guillaume Harushimana, cinquantenne originario del Burundi ma da anni stabilmente residente nel parmense. L’uomo, che secondo la ricostruzione degli inquirenti sarebbe uno stretto collaboratore del defunto generale Adolphe Nshimirimana, già capo della polizia segreta di Bujumbura, è gravemente indiziato di aver partecipato all’organizzazione e all’esecuzione materiale del triplice omicidio di suor Olga Raschietti, 83 anni, suor Lucia Pulici, 75, e suor Bernardetta Boggian, 79, le missionarie saveriane della congregazione delle missionarie di Maria massacrate tra il 7 e l’8 settembre del 2014 nella loro sede religiosa di Kamenge, quartiere della periferia nord della capitale burundese. L’arresto, eseguito a distanza di oltre un decennio dai fatti, giunge al termine di una terza fase investigativa, coordinata dal procuratore Alfonso D’Avino e dal comandante provinciale dell’Arma Andrea Pagliaro, che ha saputo scavare nel clima di terrore e depistaggio che avvolse la vicenda fin dai suoi primi, tragici sviluppi.
Un delitto rimasto a lungo senza verità
La dinamica che emerse già nelle ore successive al ritrovamento dei corpi, e che oggi trova una cornice più definita grazie alle dichiarazioni raccolte e ai documenti esibiti anche dalla giornalista Giusy Baioni, autrice del libro-inchiesta “Nel cuore dei misteri”, parla di una crudeltà che pare andare ben oltre il movente comune. Suor Olga e suor Lucia, le prime a essere sorprese nell’edificio religioso nel pomeriggio del 7 settembre, furono infatti colpite con un oggetto contundente e successivamente sgozzate; la loro consorella Bernardetta, che in quelle ore si trovava all’aeroporto per accogliere alcune religiose di ritorno dal capitolo generale di Parma, rientrata in serata e dopo aver scoperto i corpi, decise di rimanere nella missione nonostante l’accaduto. Una decisione, questa, che le costò la vita poche ore più tardi, quando gli assassini – i quali, secondo quanto appurato, non avevano mai abbandonato i locali – la raggiunsero, la decapitarono e ne posero il capo reciso accanto al, per poi allontanarsi, travestiti da agenti di polizia grazie a divise fornite loro dalla stessa sicurezza statale, approfittando del presidio che le forze dell’ordine locale avevano istituito all’esterno della struttura. Le prime indagini, condotte in loco, portarono all’arresto di un cosiddetto “folle di turno”, un espediente che parrebbe essere stato orchestrato per depistare le ricerche, e la vicenda finì presto archiviata dalla magistratura italiana per difetto di giurisdizione, mentre in Burundi alcuni testimoni chiave, incluso uno dei rei confessi che aveva parlato a una radio locale, venivano eliminati.
Il ruolo del cinquantenne e i retroscena emersi
A dare nuovo slancio alle ricerche è stata, nell’autunno del 2024, la presentazione a Parma del volume di Baioni, che ha riaperto un fascio di luce su quello che il procuratore D’Avino non ha esitato a definire un assassinio maturato “negli ambienti della polizia segreta”. Harushimana Guillaume, che già nel 2018 era stato segnalato dall’ambasciata italiana a Kampala e poi sentito come persona informata sui fatti – aveva all’epoca esibito un passaporto con timbri che attestavano la sua presenza in un altro Stato africano, alibi poi rivelatosi fragile –, viene ora descritto come l’anello di congiunzione tra il mandante, il generale Nshimirimana, e gli esecutori materiali. Secondo la mole di elementi raccolta dal nucleo investigativo dell’Arma, il cinquantenne avrebbe preso parte ai sopralluoghi preliminari, garantito la disponibilità di denaro per i sicari, recuperato le chiavi per l’accesso all’abitazione delle religiose e persino procurato i camici da chierichetti, un travestimento che permise al gruppo di entrare nella missione senza destare allarme. I moventi che emergono dall’inchiesta, e che dovranno essere vagliati nel contraddittorio processuale, si intrecciano tra loro: da un lato vi sarebbe la rabbia del generale per il presunto rifiuto delle suore di prestare cure mediche e fornire medicinali a supporto delle milizie burundesi attive in Congo, dall’altro si ipotizza una matrice economica legata alla gestione delle risorse del Centro Giovani Kamenge, oltre a un inquietante sfondo esoterico-sacrificale, pratica a quanto pare non inusuale in certe sfere del potere locale, che avrebbe visto nel sacrificio delle tre donne un rito propiziatorio per la candidatura alla presidenza dello stesso Nshimirimana, poi a sua volta ucciso in un agguato politico negli anni successivi.
L’inchiesta della procura di Parma e il peso della giurisdizione italiana
La richiesta di procedere avanzata dal ministro della Giustizia ha consentito alla procura parmigiana di esercitare la propria giurisdizione su un cittadino straniero per reati commessi all’estero ai danni di connazionali, e gli accertamenti diretti dal procuratore D’Avino, condotti in sinergia con i carabinieri guidati da Pagliaro, hanno potuto avvalersi di testimonianze inedite, raccolte sia tra alcune consorelle mai ascoltate in precedenza dalle autorità burundesi, sia grazie al materiale documentale e fotografico fornito dalla giornalista Baioni. Il quadro che ne è scaturito restituisce l’immagine di un’operazione pianificata nei minimi dettagli da una struttura paramilitare, con ramificazioni che arrivavano a lambire i vertici dello Stato, e che per dodici anni ha retto grazie a una catena di silenzi, omertà e violenze. L’arresto di Harushimana, ora rinchiuso nel carcere di Parma in attesa dell’interrogatorio di garanzia, rappresenta dunque il primo, concreto passo verso l’attribuzione di responsabilità individuali in una strage che aveva scosso le coscienze non solo della diocesi emiliana, da cui le tre missionarie provenivano, ma dell’intera opinione pubblica nazionale. Resta, sullo sfondo, la consapevolezza che il mandante e molti degli esecutori non potranno più essere chiamati a rispondere delle loro azioni dinanzi a un tribunale, ma la cattura di chi, secondo l’accusa, ne agevolò la logistica con lucida determinazione riporta alla luce la necessità di fare chiarezza su un capitolo di sangue che l’Italia e il Burundi non hanno ancora del tutto chiuso.




