Arrestato a Parma dopo dodici anni il presunto organizzatore del triplice omicidio delle suore saveriane in Burundi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   I carabinieri del comando provinciale di Parma hanno eseguito nelle scorse ore un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Guillaume Harushimana, cinquantenne originario del Burundi e residente da anni nel Parmense, gravemente indiziato di concorso nel triplice omicidio di suor Olga Raschietti, 83 anni, suor Lucia Pulici, 75, e suor Bernardetta Boggian, 79, le missionarie italiane appartenenti all’ordine delle Saveriane brutalmente assassinate tra il 7 e l’8 settembre del 2014 a Bujumbura, la capitale economica del Paese africano. L’arresto, arrivato a distanza di oltre un decennio dai fatti, rappresenta la svolta di un’inchiesta complessa che si è dipanata attraverso tre distinti filoni investigativi, due dei quali si erano conclusi con altrettante archiviazioni, rispettivamente nel 2015 per questioni legate alla giurisdizione e nel 2018 per carenza di elementi probatori sufficienti a sostenere l’accusa in giudizio -2-7.

Le indagini, coordinate dal procuratore capo di Parma Alfonso D’Avino e condotte dagli investigatori dell’Arma, hanno potuto beneficiare di un impulso decisivo nell’autunno del 2024, quando la pubblicazione e la presentazione del libro-inchiesta “Nel cuore dei misteri” della giornalista Giusy Baioni hanno riaperto i riflettori su una vicenda segnata, secondo quanto ricostruito, da un clima di terrore e da una sistematica opera di depistaggio messa in atto in Burundi negli anni immediatamente successivi al massacro -2-4. Fu proprio a seguito di quegli approfondimenti giornalistici che la Procura parmense decise di avviare una terza fase istruttoria, raccogliendo nuove testimonianze, tra cui quelle di alcune consorelle mai ascoltate dalle autorità locali, e acquisendo documentazione, fotografie e interviste radiofoniche che hanno consentito di delineare un quadro accusatorio più definito e di superare le precedenti difficoltà investigative -1-10.

Il ruolo dell’indagato e il contesto politico dell’epoca

Secondo l’impianto accusatorio formalizzato dal gip su richiesta della Procura, Harushimana non sarebbe stato un semplice esecutore materiale, bensì una figura chiave nell’organizzazione logistica del triplice delitto, agendo come stretto collaboratore del defunto generale Adolphe Nshimirimana, all’epoca potente capo della polizia segreta burundese e considerato dagli inquirenti il mandante dell’operazione -3-9. All’indagato, che per anni ha coordinato progetti di una cooperativa a Parma e che era già stato sentito nel 2018 quando presentò un alibi basato sui timbri del passaporto per dimostrare la sua lontananza dal Burundi nei giorni del crimine, vengono contestati sopralluoghi mirati, il reperimento delle chiavi per accedere all’abitazione delle religiose e la fornitura di camici da chierichetti, verosimilmente utilizzati dai killer per introdursi nella missione senza destare sospetti -5-6. Gli investigatori ritengono che Harushimana abbia anche garantito la disponibilità di denaro per i sicari e che abbia personalmente accompagnato il gruppo all’interno della struttura religiosa sita nel quartiere Kamenge di Bujumbura, agevolando poi la loro fuga grazie alla disponibilità di divise della polizia che permisero agli assassini di allontanarsi travestiti da agenti -1-9.

La dinamica degli omicidi, ricostruita con maggior precisione nelle more dell’ultimo procedimento, restituisce l’immagine di un’azione pianificata e condotta con estrema ferocia. Suor Olga Raschietti e suor Lucia Pulici furono aggredite e uccise nel pomeriggio del 7 settembre, colpite con oggetti contundenti e poi sgozzate all’interno della loro sede. Suor Bernardetta Boggian, che in quel momento si trovava all’aeroporto per accogliere alcune consorelle, fece ritorno in serata ignara di quanto accaduto e venne assassinata durante la notte: il suo fu decapitato e la testa venne riposta accanto ad esso, un particolare che gli inquirenti hanno collegato all’ipotesi di un movente, per così dire, esoterico-sacrificale legato a riti propiziatori che il generale Nshimirimana – a sua volta ucciso in un attentato nel 2015 – avrebbe voluto compiere per favorire la propria candidatura alla presidenza della Repubblica -2-5-10.

I moventi e le zone d’ombra dell’inchiesta

Accanto a questa pista, che affonda le radici in credenze locali e dinamiche di potere, la Procura di Parma ha delineato ulteriori possibili ragioni alla base della strage. Tra queste, il presunto rifiuto opposto dalle missionarie saveriane di prestare cure mediche e fornire medicinali a sostegno delle milizie burundesi che all’epoca operavano nella confinante Repubblica Democratica del Congo, un rifiuto che avrebbe scatenato la reazione violenta del capo dei servizi segreti -3-8. Non vengono escluse, inoltre, neppure motivazioni di natura economica, legate alla gestione delle risorse e dei finanziamenti destinati al Centro Giovani Kamenge, una struttura sostenuta anche con fondi internazionali e attorno alla quale potrebbero essersi creati interessi e conflitti -2-10.

L’arresto di Harushimana, avvenuto dopo che il ministero della Giustizia ha concesso la necessaria autorizzazione a procedere trattandosi di un cittadino straniero accusato di reati commessi all’estero ai danni di cittadini italiani, ha portato l’indagato nel carcere della città emiliana, a disposizione dell’autorità giudiziaria -2-10. La complessa vicenda giudiziaria, che ha visto alternarsi fasi di stallo e improvvise accelerazioni, si è giovata anche della collaborazione di alcune fonti precedentemente inascoltate e della perseveranza di chi, negli anni, ha continuato a indagare su un massacro che aveva sconvolto non solo la comunità religiosa ma anche l’opinione pubblica italiana, gettando una luce sinistra sugli intrecci tra servizi segreti, potere politico e violenza in una delle aree più tormentate del continente africano.

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