Il silenzio e il sangue: così lo Stato parallelo del Burundi ha ucciso le suore venete

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non si è mai spenta, in Veneto, la fiamma del ricordo per Olga Raschietti e Bernardetta Boggian, le due missionarie vicentina e padovana strappate alla loro Africa e alla vita in una notte di terrore, quella tra il 7 e l’8 settembre del 2014. Le famiglie, le comunità parrocchiali, le consorelle saveriane che con loro avevano condiviso un’esistenza spesa per gli ultimi, hanno atteso per oltre undici anni che la polvere si posasse sui misteri di Kamenge, il quartiere di Bujumbura dove le tre religiose – con loro Lucia Pulici, 75enne di Desio – trovarono la morte. Un’attesa costellata di silenzi, depistaggi e archiviazioni, spezzata solo ora dall’arresto, nel cuore dell’Emilia, di Guillaume Harushimana, burundese di cinquant’anni, residente a Parma da tempo e ritenuto dagli inquirenti uno degli ingranaggi essenziali della macchina che pianificò quel massacro.

La svolta, come spesso accade quando le carte sembrano destinate a ingiallire negli archivi, è arrivata dalla perseveranza di una cronista e dalla riapertura di un fascicolo che la Procura di Parma, diretta da Alfonso D’Avino, ha voluto riesumare nell’autunno del 2024. A innescare la miccia è stato il libro-inchiesta “Nel cuore dei misteri” della giornalista brianzola Giusy Baioni, presentato proprio nel capoluogo emiliano lo scorso settembre: un lavoro che ha riacceso i riflettori su una vicenda che le autorità locali avevano tentato in tutti i modi di seppellire, talvolta additando come unico colpevole un presunto folle, un uomo con problemi mentali prontamente incarcerato per depistare le indagini. Non ci sono voluti anni di indagini, ma il coraggio di riascoltare certi testimoni e di frugare tra le carte delle congregazioni, per scoprire che la mano che impugnò l’arma non era quella di un lupo solitario, ma il braccio armato di una struttura statale parallela.

Il ruolo del generale e l’ombra dei servizi segreti sul triplice omicidio

La ricostruzione offerta ora dagli inquirenti dipinge uno scenario agghiacciante, in cui l’efferatezza dei gesti – l’uccisione delle prime due suore, colpite con oggetti contundenti e poi sgozzate, e la decapitazione di suor Bernardetta, avvenuta nella notte, dopo che lei aveva scoperto i cadaveri delle consorelle – si intreccia con la ragion di Stato e i rituali più oscuri. A ordinare la morte delle tre missionarie, secondo le carte depositate dalla Procura, sarebbe stato il generale Adolphe Nshimirimana, all’epoca potente capo della polizia segreta burundese, figura chiave del regime e poi a sua volta ucciso in un attentato nel 2015. Il movente? Plurimo, e per certi versi ancora avvolto nella nebbia. Da un lato, la vendetta per un presunto rifiuto opposto dalle suore, le quali, nel loro piccolo ospedale e nel centro giovani da loro gestito, avrebbero negato cure e medicinali alle milizie burundesi impegnate nella confinante Repubblica Democratica del Congo. Un rifiuto che per un uomo come Nshimirimana, abituato a vedere la propria volontà trasformata in legge, doveva essere lavato col sangue.

Accanto a questa ipotesi, però, se ne affaccia un’altra, legata a un intreccio di potere e di denaro che riguardava la gestione delle risorse del Centro Giovani Kamenge, un fiore all’occhiello finanziato anche dall’estero, su cui certi ambienti del regime avrebbero voluto mettere le mani. Ma la pista più inquietante, quella che restituisce l’idea di una crudeltà non fine a se stessa, è la terza: l’omicidio, e soprattutto la modalità con cui fu eseguito – la decapitazione, il capo della religiosa reciso e posto accanto al – potrebbe essere stato un sacrificio propiziatorio, un rito esoterico ordinato dallo stesso generale per favorire la sua ascesa alla presidenza del Paese.

L’arresto a Parma e la rete logistica dello scannatore di suore

In questo mosaico di orrore e potere, Guillaume Harushimana non è stato un semplice esecutore, ma il regista occulto, il trait d’union tra il volere del generale e i sicari, quattro uomini di cui due hanno rilasciato interviste radiofoniche e uno, descritto come la guardia del di Nshimirimana, avrebbe parzialmente confessato. A lui gli inquirenti contestano un ruolo a tutto tondo: avrebbe partecipato ai sopralluoghi, procurato le chiavi per introdursi nella missione, fornito denaro e, dettaglio agghiacciante, camici da chierichetti per consentire agli assassini di entrare indisturbati fingendosi religiosi, per poi allontanarsi, dopo aver completato l’opera, travestiti da poliziotti con divise fornite dalla stessa polizia segreta. Arrestato nella sua casa di Parma, dove viveva da anni, Harushimana ha già dovuto affrontare l’interrogatorio di garanzia, chiuso dopo circa un’ora di fronte al gip. Per lui, cittadino burundese, è stata necessaria l’autorizzazione del ministro della Giustizia a procedere per reati commessi all’estero contro italiani, un passaggio tecnico che ha comunque portato alla sua custodia nel carcere parmense.

Le parole del procuratore D’Avino non lasciano spazio a fraintendimenti: gli omicidi maturarono in un clima di terrore assoluto, in cui la vita delle tre italiane, che da decenni avevano dedicato la loro esistenza a costruire ponti e a curare i corpi e le anime dei burundesi, fu sacrificata sugli altari di un potere malato. E mentre le famiglie, in Veneto e in Lombardia, accolgono con cauto sollievo la notizia di un arresto che sembrava impossibile, resta ora da capire come mai, nonostante le prime avvisaglie già nel 2018 – quando Harushimana fu sentito a Parma per un corso di formazione ma riuscì a dimostrare con timbri sul passaporto di essere fuori dal Burundi al momento dei fatti –, la giustizia abbia dovuto attendere un libro-inchiesta per vedere ciò che era sempre stato lì, nascosto in piena luce.

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