Triplice omicidio a Montagnareale, la perizia balistica cercherà il quarto uomo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’attesa per i risultati della perizia balistica, ormai imminenti, è l’unico faro in un caso che si fa ogni giorno più complesso, mentre le salme dei tre caccietti restano, loro malgrado, sequestrate nella cella frigorifera dell’ospedale Papardo di Messina. L’autopsia, condotta con scrupolo dai professori Alessio Asmundo e Giovanni Andò, ha infatti prodotto una verità lapidaria, escludendo senza appello la pista del suicidio-omicidio che pure, in un primo momento, aveva circolato come ipotesi di comodo per spiegare l’inspiegabile. Ciò che invece ha messo nero su bianco, fornendo una traccia oggettiva agli inquirenti guidati dal procuratore capo Angelo Cavallo e dalla sostituta Roberta Ampolo, è la dinamica dell’ultimo, decisivo, atto della tragedia.

Il secondo colpo e l'arma diversa

Se i primi due uomini, trovati esanimi nella pineta di Montagnareale, sono morti per ferite compatibili con uno scontro a fuoco ravvicinato tra loro, il terzo – il più giovane dei fratelli Pino, di nome Davis – presenta un quadro lesivo che stravolge ogni ricostruzione semplice. A lui, stando al referto dei medici legali, sarebbe stato inferto un primo colpo da lontano, probabilmente nel vivo di una colluttazione o mentre tentava la fuga; il secondo colpo, quello al torace e quello fatale, proverrebbe invece da un’arma diversa, esplosa a distanza ravvicinata. Un dettaglio tecnico, questo, che non è un mero tecnicismo ma la spia luminosa di una presenza ulteriore sul luogo del delitto: il famigerato “quarto uomo”, la cui ombra si allunga minacciosa sull’intera vicenda, trasformando una lite – ipotesi sulla quale gli investigatori continuano a lavorare con attenzione – in una mattanza premeditata o almeno in un episodio di violenza plurima e concatenata.

Il blocco dei funerali e la nuova verifica

Proprio la necessità di far luce su questo passaggio cruciale ha portato la Procura di Patti a una decisione dolorosa ma inevitabile, come spesso accade quando la pietà per i vivi deve cedere il passo, seppur temporaneamente, alle esigenze della giustizia. Dopo aver inizialmente concesso il nullaosta per la restituzione dei corpi, infatti, i magistrati hanno dovuto revocarlo, bloccando i funerali che a Patti sembravano ormai prossimi a svolgersi. I necrologi erano già affissi, la macchina del lutto era in moto, quando è arrivato l’altolà degli investigatori, determinati a richiedere un esame supplementare per confermare, tramite il riscontro balistico, le intuizioni scaturite dal tavolo autoptico. Una scelta che prolunga l’agonia delle famiglie, costrette a un limbo di attesa insopportabile, ma dettata dalla ferrea logica delle indagini: ogni dettaglio, in un caso così oscuro, deve essere vagliato con la massima precisione per evitare che un solo, minuscolo, tassello sfugga e condanni l’inchiesta al vicolo cieco.

La caccia all'arma decisiva

La perizia sui proiettili, dunque, non si limiterà a stabilire la traiettoria o la distanza dello sparo; dovrà soprattutto dire se quella “arma diversa” che ha ucciso Davis Pino sia la stessa che ha colpito gli altri due uomini o se, al contrario, appartenga a un repertorio totalmente estraneo alla scena. È su questo crinale che si gioca l’intera partita investigativa: la conferma di un’arma in più, non riconducibile ai fucili da caccia delle vittime, sarebbe la prova regina dell’intervento di un killer esterno, chiudendo definitivamente la porta all’ipotesi di una lite degenerata tra i tre e aprendo invece a scenari più ampi e inquietanti. Gli inquirenti, per ora, non si sbilanciano e vagliano ogni possibilità, consapevoli che il silenzio dei boschi dei Nebrodi, quel mercoledì di caccia, potrebbe nascondere una verità molto più articolata di quanto le apparenze, in un primo momento, lasciassero supporre.

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