Le cose non dette, uno specchio per le ossessioni di Gabriele Muccino

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Tratto dal romanzo "Siracusa" di Delia Ephron, e in uscita nelle sale alla fine di gennaio, il nuovo film di Gabriele Muccino si presenta, per sua stessa ammissione, come una storia di traumi taciuti che segnano i destini dei personaggi. La pellicola, che si avvale di un cast di prime parti, racconta di due coppie e di una ragazzina di tredici anni, le cui vite si intrecciano durante un viaggio a Tangeri che si trasforma in un vero e proprio crogiuolo di emozioni e rivelazioni. Un'operazione, questa, che riporta il regista romano nel solco più riconoscibile e battuto della sua filmografia, fatto di relazioni imperfette, coppie in crisi e famiglie lacerate da silenzi diventati macigni.

Un laboratorio emotivo sotto il sole del Marocco

Il viaggio, elemento classico del cinema di Muccino, funge da acceleratore narrativo e da detonatore per i conflitti sopiti. Quella che doveva essere una vacanza si rivela infatti un'inesorabile lente d'ingrandimento sulle fragilità di ciascuno, costringendo i protagonisti a fare i conti con verità a lungo rimandate. La macchina da presa, che non rinuncia a uno stile urlato e nevrotico, enfatizza le riconoscibili metriche del regista, immergendo lo spettatore in un vortice di sentimenti estremi e dialoghi carichi di pathos. In questo contesto, le performance degli attori navigati si mescolano a quelle di due giovanissime rivelazioni, Beatrice Savignani e Margherita Pantaleo, che portano una ventata di autenticità in un sistema recitativo spesso improntato a un'estrema teatralità.

Il marchio di fabbrica di una poetica riconoscibile

Quella di "Le cose non dette" è, nel bene e nel male, un'operazione di puro stile mucciniano, portato qui all'ennesima potenza. Si tratta, a ben vedere, di un cinema focale e infuocato, che non teme di mostrarsi in tutta la sua carica di assolutezza, rinunciando a sfumature per abbracciare una rappresentazione totalizzante delle passioni. Due ore di pellicola che diventano lo specchio di una poetica tra le poche, nel panorama italiano, a essere immediatamente identificabile e, forse, a dichiararsi con una certa onestà intellettuale verso il pubblico, il quale sa esattamente cosa aspettarsi. Un approccio che, come spesso accade, dividerà la platea tra chi si riconosce in quel sentire iperbolico e chi lo respinge come eccessivo.

Tra romanzo e sceneggiatura, il peso dei non detti

La scelta di adattare il romanzo di Delia Ephron non è casuale, poiché l'autrice statunitense ha spesso esplorato, anche in collaborazione con la sorella Nora, le dinamiche familiari e coniugali con ironia e disincanto. Muccino, però, filtra quel materiale attraverso la sua sensibilità, spostando l'accento sui toni drammatici e sul concetto di destino segnato dalle omissioni. Il lavoro su personaggi costretti a confrontarsi con le conseguenze di ciò che non è stato detto, o confessato, offre al regista il terreno ideale per dispiegare il suo repertorio di sguardi eloquenti, scene di conflitto e momenti di svelamento. Una cifra stilistica che, pur trovando qui una delle sue espressioni più concentrate, conferma una traiettoria artistica ben definita e poco incline a deviazioni.

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