Trump proroga la tregua con l’Iran ma i colloqui in Pakistan restano un miraggio

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’amministrazione statunitense, guidata ormai da oltre un anno da Donald Trump, ha deciso di prolungare la tregua con l’Iran, seppur in un contesto di totale stallo diplomatico. Quella che doveva essere una giornata cruciale per la pace in Medio Oriente, con i negoziati previsti a Islamabad, si è invece trasformata nell’ennesimo esercizio di equilibrismo tra la minaccia bellica e la ricerca di una mediazione. Il presidente Trump, rompendo gli indugi con un annuncio sul suo social network, ha congelato l’offensiva militare su richiesta delle autorità pakistane – il feldmaresciallo Asim Munir e il primo ministro Shehbaz Sharif – i quali hanno chiesto di trattenere l’attacco per concedere ai rappresentanti iraniani il tempo necessario a mettere a punto una proposta unitaria. Una richiesta, quest’ultima, che arriva dopo l’evidente fallimento del primo round di contatti, quando ormai nessuno credeva più nella possibilità di vedere un delegato della Repubblica islamica seduto al tavolo delle trattative.

L’asse fantasma di Islamabad: partita dei rinvii o strategia della tensione?

Il salotto buono della diplomazia pakistana, tanto osannato nelle scorse settimane per la capacità di ottenere un cessate-il-fuoco, rischia ora di trasformarsi in una scacchiera vuota dove si consuma una partita a scacchi giocata tra guerra e pace. Se da un lato Trump ha ordinato ai militari di proseguire il blocco navale rimanendo “pronti e capaci” di reagire, dall’altro ha dovuto prendere atto di una realtà scomoda: Teheran non ha alcuna intenzione di arrendersi sul dossier nucleare e missilistico. Il viaggio del vice presidente JD Vance, che avrebbe dovuto rappresentare la massima espressione dell’esecutivo americano nella capitale pakistana, non è stato ufficialmente cancellato ma semplicemente sospeso, in attesa di un segnale che al momento non arriva. Una mossa che l’Iran giudica come puramente strategica, leggendo in questo prolungamento della tregua un subdolo modo per guadagnare tempo in vista di un attacco a sorpresa, mentre l’amministrazione Trump ribatte che senza una delegazione munita di pieni poteri non c’è nulla da discutere.

Il tempo come arma: l’America di Trump e i sotterfugi del regime

In questa delicata fase di stallo, il conflitto che oppone Stati Uniti e Israele all’Iran ha assunto i contorni di una logorante guerra di attrito. Una guerra, va detto, che intrappola Washington in una situazione dove è difficile prevalere senza subire pesanti contraccolpi economici e militari, specialmente fin quando lo Stretto di Hormuz rimane un campo minato per le rotte petrolifere mondiali. Dall’altra parte della barricata, un regime che molti analisti descrivono come “in ginocchio” a causa delle sanzioni, ma che si muove libero dai condizionamenti dell’opinione pubblica interna; una caratteristica, quest’ultima, che permette alla guida suprema di tenere testa alle pressioni senza temere ripercussioni politiche immediate. La tregua, sebbene prorogata, non ha quindi fermato le ostilità latenti: gli Stati Uniti mantengono il blocco navale e le loro postazioni avanzate, mentre l’Iran continua a rifiutare qualsiasi condizionamento sui propri programmi di arricchimento, dimostrando che il tempo, in questo frangente, è diventato un’arma a doppio taglio per sfinire l’avversario.

Un braccio di ferro silenzioso in attesa di una svolta

La diplomazia, si sa, richiede pazienza: lo dimostrò l’accordo del 2015 sul nucleare, frutto di mesi e mesi di trattative serrate che coinvolsero tecnici e diplomatici di mezzo mondo. Oggi, però, i tempi sono drasticamente ridotti e il margine di errore è pressoché nullo, con il rischio di uno slittamento verso il baratro sempre dietro l’angolo. La decisione di Trump di estendere la tregua, accolta con scetticismo dalla propaganda iraniana che la definisce una tattica per evitare la sconfitta sul campo, rappresenta comunque un segnale – seppur debole – di apertura. Resta da capire se la richiesta di una “proposta unitaria” da parte di Teheran sia una condizione reale per riavviare il dialogo o semplicemente una scusa per giustificare l’ennesimo rinvio. Mentre Islamabad aspetta invano il ritorno delle delegazioni, il conflitto rimane sospeso in un limbo pericoloso, dove le parole di Trump sui social network valgono più di qualsiasi comunicato ufficiale e dove la pace, forse, è solo una tregua tra due bombardamenti.

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