Tumore al seno, l’allarme del Lancet: nel 2050 oltre 3,5 milioni di nuovi casi, un milione in più rispetto a oggi
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Redazione Salute
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Nonostante i progressi terapeutici e diagnostici degli ultimi decenni, il tumore al seno è destinato a colpire un numero sempre maggiore di donne. A lanciare l’allarme è una ricerca del Global Burden of Disease Study, pubblicata sulla rivista The Lancet Oncology, che ha analizzato l’andamento della malattia in 204 Paesi dal 1990 al 2023, elaborando poi delle proiezioni fino alla metà del secolo. Il quadro che emerge è netto: l’incidenza globale è in crescita e si prevede che i nuovi casi annui passeranno dagli attuali 2,3 milioni a oltre 3,5 milioni nel 2050, con un aumento che si attesta intorno al 30 per cento. Parallelamente, il numero dei decessi subirà un’impennata ancora più marcata, con un incremento previsto del 44 per cento che porterebbe le vittime a quota 1,4 milioni l’anno. Una mole di dati, quella dello studio, che fotografa una patologia che resta la principale causa di morte oncologica tra la popolazione femminile e che, nel solo 2023, ha causato la perdita di circa 24 milioni di anni di vita in salute, misurati in termini di disabilità e mortalità precoce.
Il peso crescente dei fattori di rischio e le disparità globali
L’analisi condotta dai ricercatori dell’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) dell’Università di Washington non si limita a stimare i numeri, ma cerca di comprenderne le cause profonde. Oltre un quarto del carico di malattia, precisamente il 28 per cento, è attribuibile a fattori di rischio modificabili sui quali è possibile intervenire con politiche di prevenzione mirate. Tra questi, il consumo eccessivo di carne rossa gioca il ruolo più rilevante, essendo collegato a quasi l’11 per cento degli anni di vita persi a causa della malattia, e a seguire troviamo l’uso di tabacco, che incide per l’8 per cento, la glicemia alta con il 6 per cento e l’elevato indice di massa rea, responsabile del 4 per cento. Completano il quadro l’abuso di alcol e la scarsa attività fisica, entrambi al 2 per cento. Se da un lato si registrano progressi nella riduzione dell’impatto legato ad alcol e tabacco, calato rispettivamente del 47 e del 28 per cento dal 1990 a oggi, dall’altro lato preoccupa la stagnazione degli altri fattori, a testimonianza di come stili di vita sempre più sedentari e abitudini alimentari scorrette continuino a rappresentare un terreno fertile per la malattia.
Il divario tra paesi ricchi e poveri: incidenza e mortalità a confronto
Se si analizzano i dati suddividendo il pianeta per fasce di reddito, emerge una disparità che è destinata ad aggravarsi nei prossimi anni. Nei Paesi ad alto reddito, l’incidenza standardizzata per età rimane elevata, ma la mortalità è in calo, con una riduzione media del 30 per cento registrata tra il 1990 e il 2023. Questo risultato è il frutto di programmi di screening consolidati, diagnosi tempestive e accesso a terapie sempre più avanzate. Una fotografia completamente diversa è quella che arriva dai Paesi a basso e medio reddito, dove l’incidenza è aumentata in modo vertiginoso, con un +147 per cento nello stesso arco temporale, e dove i tassi di mortalità sono quasi raddoppiati. Ciò significa che, sebbene i Paesi più ricchi contino un maggior numero di diagnosi in termini assoluti, sono le aree più povere del mondo a pagare il prezzo più alto in termini di vite umane. Un dato su tutti aiuta a comprendere la portata del problema: le donne che vivono nei Paesi a basso reddito rappresentano solo il 27 per cento dei nuovi casi globali, ma contribuiscono a oltre il 45 per cento degli anni di vita in buona salute persi a causa della malattia, un’inequità che parla da sé e che racconta di diagnosi tardive, sistemi sanitari fragili e difficoltà di accesso a cure che altrove sono ormai considerate standard.
L’incremento dei casi tra le giovani donne e il ruolo della prevenzione
Un altro segnale che emerge con chiarezza dallo studio pubblicato su The Lancet Oncology riguarda la mutazione dell’età della malattia. Sebbene la maggior parte dei casi continui a essere diagnosticata dopo i 55 anni, l’incremento più significativo negli ultimi trent’anni si è registrato nella fascia d’età compresa tra i 20 e i 54 anni, con un aumento del 29 per cento dal 1990. Un cambiamento, questo, che potrebbe riflettere l’evoluzione dei fattori di rischio tra le donne in pre-menopausa e che rende ancora più urgente l’adozione di strategie di prevenzione primaria, quelle capaci di agire sugli stili di vita già in età fertile. La ricerca, sostenuta dalla Bill and Melinda Gates Foundation, ha utilizzato dati provenienti da registri tumori, sistemi di registrazione anagrafica e interviste con i familiari delle donne decedute, offrendo una base conoscitiva imponente. Tuttavia, gli stessi autori riconoscono un limite importante: la mancanza di dati genetici sull’ascendenza etnica impedisce di distinguere se le differenze geografiche osservate dipendano da fattori ereditari, ambientali o dalla qualità dell’assistenza sanitaria. Una precisazione metodologica che non intacca la portata del monito, ma che invita a considerare la complessità di un fenomeno globale.




