Europa unita sì al riarmo, ma non senza tensioni

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   I 27 Stati membri dell’Unione europea hanno votato all’unanimità il piano di riarmo proposto dalla commissaria Ursula von der Leyen, un progetto che prevede investimenti fino a 800 miliardi di euro. Un risultato che, almeno in apparenza, sembra suggellare una rara unità di intenti. Tuttavia, non mancano le crepe nel fronte comune, soprattutto quando si parla di sostegno all’Ucraina. L’Ungheria, da sempre vicina alla Russia, ha infatti espresso forti riserve, mettendosi di traverso rispetto alla dichiarazione a 26 che garantisce il rispetto dell’integrità e della sovranità territoriale di Kiev.

Questa dichiarazione, che rappresenta uno strumento politico per accompagnare l’Ucraina al tavolo negoziale con Mosca nelle migliori condizioni possibili, arriva in un momento delicato. L’aut aut degli Stati Uniti, che di fatto rafforza la posizione della Russia, ha spinto l’Europa a cercare una via autonoma, ma non senza contraddizioni. Il piano di riarmo, infatti, solleva dubbi non solo tra i governi più scettici, ma anche all’interno delle stesse forze politiche europee.

Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico italiano, è tra i critici più vocali. La sua posizione, contraria al piano von der Leyen, l’ha isolata all’interno del Partito Socialista Europeo (Pse), schierato a favore della proposta. Durante il pre-vertice del Pse, tenutosi prima del Consiglio straordinario, Schlein è stata relegata a parlare in coda, quando ormai i big – da Pedro Sanchez a Raphaël Glucksmann, passando per António Costa – avevano già lasciato la sala. Nessuno si è curato di replicare alle sue osservazioni, che ribadivano le critiche del Pd al piano di riarmo: «Confermiamo le nostre perplessità e lavoreremo per cambiarlo».

Schlein, che pure sostiene la necessità di una difesa comune europea, ha sottolineato come il piano proposto non rappresenti un vero salto in avanti. «Quello che serve oggi è un investimento diretto, non prestiti che finanziano progetti comuni», ha dichiarato, evidenziando una distinzione netta tra l’idea di una difesa europea condivisa e l’agevolazione al riarmo dei singoli Stati membri. Una posizione che, se da un lato riflette una visione più ambiziosa dell’integrazione europea, dall’altro rischia di apparire come un ostacolo alla realizzazione di un progetto già complesso.

Intanto, il dibattito sul riarmo si intreccia con questioni di politica interna. La decisione di destinare ingenti risorse alla difesa, infatti, solleva interrogativi sulla sostenibilità di tali investimenti in un contesto di crisi economica e sociale. «Armi sì, welfare no?», si chiedono in molti, criticando le deroghe alle regole di stabilità finanziaria che il piano sembra implicare. Una preoccupazione che, sebbene non esplicitamente condivisa da tutti i governi, aleggia sull’intera discussione, alimentando il sospetto che il riarmo europeo possa avvenire a scapito di altre priorità.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.