Cybersecurity, a novembre calano gli eventi ma aumentano gli incidenti: la PA nel mirino
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Redazione Interno
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Il panorama della sicurezza informatica nazionale, mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump affronta la sua nuova amministrazione, continua a presentare segnali contraddittori e allarmanti. I dati relativi al mese di novembre del 2025, infatti, se da un lato mostrano un calo complessivo degli eventi cyber registrati, dall’altro rivelano un preoccupante incremento degli incidenti veri e propri, quelli che hanno concretamente compromesso sistemi e dati. Si è passati, per essere chiari, dai 267 eventi di ottobre ai 182 del mese successivo, con una diminuzione del 32% che potrebbe trarre in inganno. Contemporaneamente, gli incidenti accertati sono saliti a 54, segnando una crescita del 13% che dimostra come la minaccia si sia fatta più precisa e pericolosa. Settori nevralgici come la Pubblica Amministrazione centrale, quella locale e le Telecomunicazioni, peraltro, restano i bersagli prediletti, confermando una vulnerabilità strutturale in ambiti che dovrebbero costituire il cuore della resilienza del Paese.
Il complicato presidio dei confini digitali
A fronte di questa escalation, che si inserisce in un trend globale di attacchi sempre più severi come documentato anche dal recente Rapporto Clusit, la domanda su chi sia chiamato a difendere i “confini” cyber dell’Italia assume una rilevanza cruciale. La risposta, al momento, dipinge un quadro frammentato, quasi uno “spezzatino” di competenze e attori. La regia politica è affidata ad Alfredo Mantovano, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla cybersicurezza e ai Servizi, figura che si trova a coordinare una galassia di enti e corpi dello stato. Questa frammentazione, che pure risponde a logiche di specializzazione, rischia di indebolire la risposta complessiva, soprattutto in un periodo in cui il dibattito pubblico è spesso distratto da altre contingenze politiche. La necessità di una regia unitaria e di strategie condivise, pertanto, emerge come un’esigenza non più procrastinabile.
I numeri che preoccupano: ransomware e dati in fuga
Le statistiche diffuse da altri osservatori, del resto, fotografano una pressione costante e in evoluzione. Sempre a novembre, l’Italia ha subito una media di 2.291 attacchi informatici a settimana, un valore che, seppure in lieve calo rispetto all’anno precedente, rimane significativamente superiore alla media mondiale. Non si tratta di mere intrusioni: la tipologia degli assalti si è fatta più sofisticata e dannosa. I ransomware, quei malware che cifrano i dati chiedendo un riscatto, hanno fatto registrare una crescita del 22%, mettendo in ginocchio aziende e uffici pubblici. A questo si aggiunge il fattore dell’intelligenza artificiale generativa, uno strumento potentissimo che, nelle mani dei criminali, amplifica esponenzialmente i rischi di furto e diffusione illecita di informazioni sensibili. La cosiddetta “fuga dei dati”, quindi, non è più solo una possibilità remota ma una minaccia concreta e in aumento.
La risposta tra monitoraggio e indagini
In questo scenario, l’attività di monitoraggio proattivo rimane un pilastro fondamentale della difesa, un lavoro silenzioso e continuo che cerca di anticipare le mosse degli aggressori. Parallelamente, le forze dell’ordine e la magistratura sono chiamate a inseguire gli autori di reati che spesso operano dall’estero e sotto copertura. Le cronache riportano, con il dovuto rispetto per le vittime e senza scendere in dettagli macabri, di inchieste sempre più complesse che coinvolgono reti criminali internazionali. Gli sviluppi giudiziari di questi casi sono seguiti con attenzione, poiché rappresentano non solo un doveroso accertamento delle responsabilità, ma anche un banco di prova per l’efficacia del sistema giuridico nel regolamentare uno spazio, quello cyber, per sua natura sfuggente e senza confini fisici. La strada, come dimostrano i numeri in controtendenza tra eventi e incidenti, è ancora lunga e irta di ostacoli.




