Il giro di valzer di Vance: Budapest per Orbán, il telefono bollente per l’Iran
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
A due mesi dal suo acclamato (e contestato) esordio italiano a Milano-Cortina, il vicepresidente americano J.D. Vance ha rimesso piede in Europa, ma il clima che lo accoglie a Budapest è radicalmente diverso dalla passerella sportiva di febbraio. L’occasione ufficiale – come riportano le agenzie internazionali – è il sostegno al premier ungherese Viktor Orbán a pochi giorni dal voto parlamentare del 12 aprile, un’elezione che molti osservatori descrivono come un vero e proprio spartiacque per l’anima del Paese. La scelta di Vance di volare nella capitale magiara, accompagnato dalla moglie Usha, non lascia spazio a interpretazioni ambigue: l’amministrazione guidata da Donald Trump (insediato ormai da oltre un anno alla Casa Bianca) non solo osserva la partita elettorale ungherese, ma scende direttamente in campo a fianco del leader di Fidesz, infrangendo quella tradizionale prudenza che le amministrazioni americane hanno sempre mostrato nei confronti delle consultazioni altrui. È un abbraccio simbolico che vale più di mille dichiarazioni, anche se – guardando i freddi numeri dei sondaggi – rischia di arrivare in extremis per un Orbán ormai abituato a governare senza opposizione.
La sfida di Magyar e lo spettro di un referendum sulla "democrazia illiberale"
Sulla carta, la visita di Vance rappresenta il tentativo di restituire il favore a Orbán, storico alleato della destra trumpiana che non ha mai nascosto la sua ammirazione per il tycoon, nemmeno durante gli anni difficili lontani dalla Casa Bianca. Tuttavia, la realtà politica sul terreno appare molto più complessa di una semplice passerella tra amici. Il premier, al potere da quasi sedici anni, si trova a fronteggiare la sfida più agguerrita della sua lunga carriera: il partito Tisza, guidato da Peter Magyar, lo tallona da vicino nei consensi e, secondo diversi istituti indipendenti (come il 21 Research Centre e Zavecz Research), lo ha addirittura superato nelle intenzioni di voto tra gli elettori che hanno già deciso di recarsi alle urne. Magyar, ex insider proprio del partito di Orbán che ha rotto con il passato per fondare un movimento di centro-destra, ha saputo intercettare il malcontento di chi è stanco della deriva autoritaria e delle frequenti frizioni con Bruxelles. È una campagna elettorale che puzza di referendum, dove si vota non solo per rinnovare il parlamento ma per dire sì o no a quel concetto di "democrazia illiberale" che Orbán ha teorizzato come modello alternativo all’Occidente.
La diga dell’energia e il fantasma di una "false flag" sul gasdotto
A complicare ulteriormente il quadro, poi, ci sono le cronache che arrivano dal fronte energetico, un terreno storicamente minato per Budapest. Proprio nelle ore precedenti l’arrivo del vicepresidente Vance, il governo ungherese ha dovuto fare i conti con un incidente dai contorni ancora poco chiari, avvenuto sul gasdotto TurkStream al confine con la Serbia. Orbán ha parlato subito di un ritrovamento di esplosivo, convocando d’urgenza il consiglio di difesa e puntando il dito contro possibili interferenze (senza mai fornire prove certe), mentre l’opposizione e alcuni analisti – come l’esperto di Russia Andras Racz – hanno sollevato il sospetto che si possa trattare di una "false flag operation" orchestrata per giustificare un giro di vite securitario a ridosso del voto. Sebbene la Serbia di Vucic abbia smentito le illazioni più roventi, l’episodio ha gettato un’ombra lunga sulla tenuta delle infrastrutture critiche e ha riacceso il dibattito sulla dipendenza del Paese dal gas russo, una leva che Mosca (e indirettamente Trump, con la sua politica di esenzioni mirate) continua a manovrare con abilità.
Il dossier caldo dell’Iran: l’ultimatum prima della stretta
Se Budapest è la vetrina politica del viaggio, il vero nodo strategico che Vance tiene stretto nel palmo della mano – quello che fa bollire il telefono satellitare nella valigetta diplomatica – riguarda però il Medio Oriente. A distanza di settimane dalle dichiarazioni rilasciate ai network americani, il vicepresidente si trova a gestire una fase delicatissima dei rapporti con Teheran, dove il tempo della diplomazia sembra essere scaduto. La linea dettata dalla Casa Bianca è infatti chiarissima e priva di fronzoli: l’Iran non deve e non potrà dotarsi di un’arma nucleare. Sebbene Trump abbia incaricato i suoi migliori negoziatori di cercare una soluzione diplomatica, magari sfruttando la prossima tornata di colloqui a Ginevra, Vance ha avuto modo di ribadire che "ci sono altri strumenti a disposizione" se la Repubblica Islamica dovesse rifiutare un accordo ragionevole. Un’ammonizione pesante, che profuma di ultimatum e che riflette la frustrazione dell’amministrazione per i tentativi (presunti) di Teheran di ricostruire le proprie capacità di arricchimento dopo le azioni militari dell’estate scorsa. In sostanza, mentre in Ungheria si gioca la partita della lealtà ideologica, nella testa del vicepresidente americano è l’opzione militare a fare da sfondo alla missione, una spada di Damocle che rende questa trasferta europea molto più che una semplice visita di cortesia.




