L’abbraccio di Vance a Orbán tra dollari, missili e il vento dei sondaggi
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Redazione Esteri
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L’aria che si respira a Budapest, a pochi giorni dalle elezioni parlamentari di domenica 12 aprile, è quella di una resa dei conti. Se la missione del vicepresidente statunitense JD Vance – giunto nella capitale magiara per sostenere Viktor Orbán – non dovesse bastare a colmare il divario che lo separa dallo sfidante Péter Magyar, leader del partito Tisza e principale antagonista di questa campagna elettorale, di certo avrà contribuito a riempire le casse delle aziende americane. La Casa Bianca, infatti, ha già messo nero su bianco una serie di accordi che legano ancor più strettamente l’economia ungherese a quella statunitense, in un tripudio di contratti che profumano di idrocarburi e acciaio. Da una parte c’è la compagnia petrolifera ungherese MOL, che ha siglato un accordo da mezzo miliardo di dollari per l’importazione di greggio americano; dall’altra, e questa è una mossa che parla chiaro il linguaggio della deterrenza, Budapest ha manifestato l’intenzione di acquistare sistemi missilistici HIMARS per un valore di 700 milioni di dollari, senza dimenticare i piani – ancora in fase di studio tecnico – per l’installazione di piccoli reattori modulari di progettazione statunitense.
Un sostegno che scotta a Bruxelles
Il vicepresidente Vance, arrivato in Ungheria forte dell’appoggio di Donald Trump (che da ormai oltre un anno siede nuovamente alla Casa Bianca), ha speso parole pesantissime contro l’establishment europeo, definendo “vergognosa” l’ingerenza dei burocrati di Bruxelles nei confronti del governo ungherese. Durante una conferenza stampa congiunta con Orbán, ha ribadito che la sua presenza non è solo un gesto di amicizia, ma un messaggio chiaro a quelle élite che, a suo dire, non tollerano la leadership di chi difende realmente gli interessi nazionali. È una dichiarazione di campo che non lascia spazio a interpretazioni: Washington, in questa tornata elettorale, ha scelto il suo uomo, criticando aspramente l’operato dell’Unione Europea che da anni trattiene fondi e sanziona Budapest per le violazioni sullo stato di diritto. Questa linea, peraltro, si inserisce perfettamente nella retorica di Orbán, che ha costruito l’ultimo tratto della sua campagna sul confronto frontale con l’Europa “liberal” e sulla difesa di una sovranità che, guarda caso, viene ora benedetta dagli States.
Il fattore Magyar e l’incognita dei sondaggi
Nonostante l’abbraccio di Vance, il terreno sotto i piedi del premier uscente scricchiola. I rilevamenti demoscopici, ormai da settimane, raccontano una storia diversa da quelle a cui eravamo abituati negli ultimi sedici anni. L’ultimo sondaggio dell’istituto Iranytu, pubblicato dal quotidiano Nepszava, assegna al partito Tisza di Magyar il 51% delle intenzioni di voto tra gli elettori che hanno già scelto, contro il 40% di Fidesz. Ma è un altro dato, forse, a preoccupare maggiormente lo stato maggiore del partito di governo: l’istituto Median, considerato uno dei più accurati (lo stesso che nel 2022 previde correttamente la vittoria di Orbán), ha elaborato una proiezione che per Fidesz sarebbe un vero e proprio terremoto. Secondo questa analisi, basata su migliaia di interviste, il Tisza potrebbe addirittura conquistare la maggioranza dei due terzi dei seggi, una soglia che consentirebbe all’opposizione di modificare le leggi fondamentali senza alcun ostacolo. È un vantaggio, quello di Magyar, che sembra strutturale, sebbene la quota di indecisi – ancora intorno al 18% – rappresenti l’ultima ancora di salvezza per Orbán.
Il sistema del potere e la sfida nei territori
Dalle sale stampa di Budapest alle strade della provincia, il meccanismo del potere si fa più tangibile. Nelle campagne ungheresi, dove il sistema messo in piedi da Fidesz ha funzionato come un ingranaggio perfetto per anni, si respira un’aria di cambiamento. Se da un lato il premier schiera la sua arma retorica prediletta – la lotta contro un nemico esterno che, in questa circostanza, assume le sembianze di un’Ucraina accusata di voler minacciare le infrastrutture energetiche del Paese – dall’altro l’opposizione guidata da Magyar rosicchia consenso anche in quei feudi storicamente fedeli al partito di governo. Magyar, sebbene vicino a Orbán su temi caldi come l’immigrazione e la sicurezza, si presenta come il volto del cambiamento istituzionale, un ex membro del regime che promette di ricucire lo strappo con Bruxelles per sbloccare i fondi europei congelati. È una partita che si gioca centimetro per centimetro, dove i dollari americani e la retorica sovranista si scontrano con la stanchezza per un sistema di potere che, dopo sedici anni, mostra le prime crepe.




