L’ungheria al bivio, vance vola a budapest per sostenere orbán

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il calendario politico ungherese segna ormai i giorni che contano: il 12 aprile il paese andrà alle urne per un turno elettorativo che, a sentire i flussi migratori dei sondaggi più accreditati, potrebbe interrompere il lungo ciclo di Viktor Orbán. Sedici anni di governo, costruiti sulla retorica della “democrazia illiberale”, rischiano di incrinarsi proprio nel momento in cui il sistema di alleanze internazionali mostra crepe profonde. Ecco allora che la visita del vicepresidente americano JD Vance, prevista per il 7 e l’8 aprile a Budapest, assume i contorni di un intervento tempestivo, quasi un’ancora gettata da Washington per impedire che l’alleato ungherese venga travolto dalla marea del cambiamento.

Un sostegno a tempo di record, tra dazi e diplomazia

Sarà una missione lampo, quella di Vance: due giorni nella capitale magiara, cinque prima del voto. Un timing che non lascia spazio a interpretazioni benevole, perché l’amministrazione Trump – tornata alla Casa Bianca con una chiara agenda di revisione degli equilibri europei – non può permettersi di perdere uno dei pochi leader del continente che ha apertamente sfidato Bruxelles. Il premier ungherese, che per anni ha giocato la carta del veto incrociato su aiuti a Kiev e sanzioni a Mosca, si trova oggi a inseguire nei sondaggi: l’ultima rilevazione affidabile dà Péter Magyar, leader del partito Tisza, avanti di dieci punti percentuali. Un margine notevole, se si considera che per sedici anni Orbán ha costruito una macchina elettorale capace di assorbire qualsiasi scossa.

L’opposizione avanza, ma Magyar non è l’antidoto che l’europa aspetta

Ed è proprio qui che la narrazione europea – quella più frettolosa, incline a celebrare prima di vedere i risultati – rischia di inciampare. Perché Péther Magyar, va detto senza giri di parole, non rappresenta un ritorno alla socialdemocrazia classica né un abbraccio alla “buona politica” secondo i canoni di Berlino o Parigi. Il suo movimento, cresciuto all’ombra del malcontento popolare e della corrosione interna a Fidesz, è figlio dello stesso terreno che ha nutrito Orbán: sovranismo, scetticismo verso le istituzioni comunitarie, un linguaggio duro sull’immigrazione. Semplicemente, Magyar offre una versione più giovane, meno logora e senza i debiti politici che il premier uscente si porta dietro. Da qui l’ambivalenza della sinistra europea, che già si prepara a festeggiare la caduta del “piccolo zar” ungherese senza accorgersi che l’erede potrebbe rivelarsi una copia appena ritoccata.

Il correttore di manifesti e la resistenza silenziosa

Mentre i grandi equilibri si giocano tra Washington, Budapest e Bruxelles, c’è chi agisce nel dettaglio, quasi in sordina. L’avvocato e professore di storia Péter Heindl, armato di scala e pennelli, ha fatto della correzione dei manifesti propagandistici del governo una forma di resistenza personale. Lui la chiama “politica attiva”: interviene sui cartelloni con cui Fidesz promuove la propria campagna elettorale – come se fosse un partito e non già un’istituzione – e rettifica slogan, aggiunge virgolette beffarde, copre volti. Una lunga battaglia che gli è costata decine di procedimenti giudiziari, e che in queste settimane si è intensificata. Non è un caso: più la sfida tra Orbán e Magyar si fa serrata, più i simboli visivi della propaganda diventano campo di scontro. Heindl non rappresenta alcun movimento organizzato, né tantomeno il Tisza. È un sintomo, piuttosto, della stanchezza diffusa verso un potere che per sedici anni ha saturato ogni spazio pubblico.

L’estrema destra europea guarda altrove, e Trump resta un caso a sé

Curioso, infine, il disallineamento che emerge a livello continentale. Se Vance vola a Budapest per sostenere Orbán, in molte capitali europee i partiti della destra radicale prendono le distanze dall’amministrazione Trump. Non su tutti i temi, certo, ma su quelli economici e strategici: i dazi, il disimpegno dalla Nato, la gestione della guerra in Ucraina. L’Ungheria, da questo punto di vista, rimane un’eccezione. Orbán ha scommesso su Trump quando molti lo davano per battuto, e ora chiede il conto. Ma l’elettorato magiaro, secondo i sondaggi, sembra meno sensibile di un tempo a questi richiami geopolitici. La campagna elettorale si gioca su conti in banca, sanità, corruzione. E l’abbraccio di Vance, per quanto caloroso, potrebbe rivelarsi meno decisivo di quanto il premier speri.

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