Ungheria, gli Usa in campo per salvare Orbán

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il vicepresidente americano JD Vance volerà a Budapest il 7 e l’8 aprile, cinque giorni prima delle elezioni che potrebbero chiudere l’era Orbán o almeno incrinarne per la prima volta in 16 anni il mito dell’invincibilità. La visita, confermata da fonti diplomatiche, arriva in un momento in cui i sondaggi più accreditati assegnano a Péter Magyar, leader del movimento Tisza, un vantaggio di dieci punti sul premier uscente, un dato che da solo racconta la fragilità di un sistema di potere costruito su una «democrazia illiberale» divenuta ormai un modello per molte destre europee. Eppure, a differenza di quanto si potrebbe pensare, l’amministrazione Trump – con il tycoon tornato alla Casa Bianca – non si muove per ideologia, bensì per calcolo strategico: l’Ungheria è un nodo cruciale nella rete degli interessi statunitensi, specialmente per quanto riguarda l’energia, gli investimenti e la capacità di influenzare i meccanismi di veto all’interno dell’Unione europea.

Un’autocrazia in bilico e il sostegno concreto di Washington

Sarà JD Vance in persona, dunque, a stringere la mano a Viktor Orbán martedì e mercoledì della prossima settimana, un gesto che il portavoce del governo magiaro Zoltán Kovács ha già definito «un segno di rispetto reciproco tra nazioni sovrane». Ma la realtà, come spesso accade in queste partite, è meno nobile: il vicepresidente americano porta con sé il peso di una Casa Bianca che non può permettersi di vedere sconfitto uno dei suoi pochi alleati affidabili sul continente, specialmente ora che l’estrema destra europea appare sempre più frammentata e distante dalle linee guida di Trump. A Berlino come a Parigi, i movimenti che un tempo guardavano a Orbán come a un maestro si stanno progressivamente autonomizzando, preferendo un nazionalismo meno legato agli umori variabili della politica statunitense.

La resistenza silenziosa di chi corregge i manifesti

Mentre i grandi elettori si interrogano sugli equilibri geopolitici, nelle strade di Budapest c’è chi agisce senza mandato né proclami. Peter Heindl, avvocato e professore di storia, chiama la sua battaglia «resistenza politica», convinto che «chi ama la libertà ha il dovere di agire». Armato di scala e pennelli, questo singolare correttore urbano «ritocca» o «corregge» i manifesti propagandistici del governo, quelli che da settimane tappezzano la capitale ungherese come se Fidesz fosse un partito in campagna elettorale permanente. La sua lunga e solitaria guerra – costatagli numerosi procedimenti giudiziari, nessuno dei quali è riuscito a fermarlo – si è intensificata in queste ultime settimane, dominate dalla sfida diretta tra l’inventore della «democrazia illiberale» e l’avversario che per la prima volta lo tallona davvero.

Quel che si prepara a vincere non è ciò che si spera

Manca una settimana alle elezioni, e già si sente la fretta dei progressisti europei, quella velocità particolare con cui si preparano a festeggiare una sconfitta di Orbán come se fosse una restaurazione piena della democrazia. Ma conviene aspettare prima di stappare lo spumante. Non perché l’esito sia incerto – i sondaggi seri danno il Tisza di Péter Magyar fra il quaranta e il cinquanta per cento, con Fidesz stabilmente sotto il quaranta – ma perché quello che si appresta a vincere, ammesso che vinca, è un’altra cosa rispetto a quella che la sinistra europea sta già celebrando. Magyar non è un liberale classico, non è un socialdemocratico, e nemmeno un fanatico delle istituzioni comunitarie così come sono state concepite a Maastricht. È un ex insider del sistema, un ex fedelissimo di Orbán che conosce ogni ingranaggio del potere e che difficilmente rinuncerà agli strumenti di controllo ereditati. Per questo la partita del 12 aprile non deciderà solo il futuro dell’Ungheria, ma anche quello dell’Unione europea e degli assetti geopolitici che ruotano attorno al suo fragile confine orientale.

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