Ungheria, la campagna sporca di Orbán a una settimana dal voto: tra ricatti, droga e fantomatici video hot

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   C’è un’aria pesante, quasi di resa dei conti, che aleggia sul Danubio in questi giorni. A poco più di una settimana dal voto parlamentare del 12 aprile, quando si deciderà se Viktor Orbán potrà aggiungere un altro capitolo ai suoi sedici anni ininterrotti di governo, la corsa tra il premier uscente e lo sfidante Péter Magyar – quest’ultimo a capo del partito Tisza dopo essere fuoriuscito dalle forze di governo nel febbraio 2024 – è entrata in una fase di tale brutalità da ricordare le peggiori pratiche postsovietiche. Da un lato, Orbán, forte del sostegno dichiarato del neopresidente americano Donald Trump -4-6, cerca di scongiurare quella che i sondaggi indipendenti descrivono come una possibile débâcle, mentre dall’altro l’opposizione, radunatasi nel centro congressi di Duna Rendezvenyhaz con lo slogan storico “Russians, go home!”, tenta di capitalizzare il malcontento per un’economia stagnante e la deriva illiberale del paese.

La tensione, però, non si gioca solo sui palchi o nei talk show. È sottotraccia, nei villaggi e nelle piccole cittadine, che la macchina del fango di Fidesz si sta muovendo con maggiore intensità. Secondo un’inchiesta giornalistica ripresa da diverse testate internazionali, il partito al potere avrebbe messo in piedi un sistema capillare di compravendita di voti che riguarderebbe circa 600mila elettori, una fetta non trascurabile del elettorale. Le modalità raccontate da chi ha indagato per mesi sono da far rabbrividire: offerte in denaro che oscillano tra i 50 e i 60mila fiorini, promesse di legna da ardere per l’inverno, ma anche una pratica ben più subdola legata alla dipendenza chimica. In alcune delle aree più povere, a fare da “pedaggio” per la fedeltà elettorale sarebbe infatti una droga sintetica a basso costo conosciuta come “smoky”. Funzionari locali – che spesso ricoprono anche il ruolo di medici di distretto – avrebbero usato la leva delle prescrizioni mediche come arma di ricatto nei confronti di chi osa opporsi.

L’ombra di Mosca e lo spettro dell’interferenza russa

Se il ricatto economico e sanitario rappresenta la base della strategia, il fronte mediatico è quello dove la “sporchezza” della campagna emerge con più evidenza. Il leader di Tisza, Magyar, ha alzato il tiro nelle scorse ore, sostenendo che l’Ungheria di Orbán sia ormai una dipendenza di Mosca; un’accusa che trova eco nelle parole di un ex rivale del premier, Peter Marki-Zay, il quale ha invitato i cittadini a lottare per la libertà, intonando un coro che risuona nelle piazze: “Russi, tornate a casa”. A rendere queste accuse meno campate in aria sono le rivelazioni sui contatti tra il ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjártó, e l’omologo russo. La stampa internazionale ha ricostruito un rapporto di consulenza quasi sistematico: agenti dell’intelligence militare russa, i GRU, sarebbero stazionati a Budapest con copertura diplomatica per “assistere” la campagna di Orbán, contribuendo alla creazione di contenuti fake diffusi poi attraverso una rete di bot e troll.

Questa alleanza de facto ha assunto i contorni del grottesco quando, nelle scorse settimane, la polizia anti-terrorismo ungherese ha fermato un convoglio di routine in transito dall’Austria verso l’Ucraina, sequestrando milioni di dollari con la scusa di un “pericolo imminente” – un’operazione che molti osservatori hanno letto come un tentativo di screditare Kiev e, di riflesso, l’opposizione. La macchina della disinformazione, insomma, non si ferma mai. E mentre Magyar promette di ricostruire i ponti con Bruxelles – ponti attualmente distrutti dai veti incrociati di Orbán sugli aiuti all’Ucraina – il premier uscente gioca la carta del “nemico esterno”, dipingendo l’Ucraina come una minaccia esistenziale per la nazione magiara.

Il caso del video hot: kompromat senza prove

L’apice della tensione, tuttavia, è stato raggiunto con una vicenda che sa di romanzo spionistico anni ’60, ma declinata in chiave social. Magyar, diventato il simbolo della speranza europeista, ha dichiarato di essere stato vittima di un tentativo di ricatto tramite un presunto video a luci rosse girato a sua insaputa. La dinamica, raccontata dallo stesso diretto interessato per prevenire il danno d’immagine, è quella classica della “trappola del miele”: un ex partner lo avrebbe attirato in un appartamento dove, tra alcol e sostanze che lui dice di non aver assunto, avrebbe avuto un rapporto consensuale. Nonostante le accuse e la comparsa di un sito web con l’immagine di un letto sfatto e la scritta “Prossimamente”, il video non è mai stato pubblicato.

Questo alone di mistero, lungi dal placare gli animi, ha trasformato la campagna elettorale in un esercizio di stile postmoderno dove l’insinuazione vale più della prova. I media vicini a Fidesz hanno insinuato che la condotta morale del candidato non sia all’altezza, mentre i sostenitori di Tisza vedono in questa vicenda la prova che il governo, sentendo il fiato sul collo, è pronto a tutto pur di mantenere il potere. A mancare, per ora, sono i tabulati telefonici o le prove fisiche che possano inchiodare i diretti responsabili; nel frattempo, l’unica certezza è che questa battaglia legale e mediatica sta prosciugando le energie della sfida, distogliendo l’attenzione dai veri temi economici.

La paura del dopo-Orbán e l’abbraccio dei sovranisti

Mentre Budapest si prepara al voto, l’Europa guarda con il fiato sospeso. Una sconfitta di Orbán rappresenterebbe un terremoto politico senza precedenti, non solo per l’Ungheria ma per l’intero ecosistema sovranista europeo. Ecco perché, nelle ultime settimane, il premier non è mai stato solo. L’abbraccio di Trump, che lo ha definito un “vero amico e combattente”, è stato accompagnato dalle visite sul campo di leader come Marine Le Pen e Giorgia Meloni, oltre che dall’endorsement del leader spagnolo Santiago Abascal. Tutti loro vedono in Orbán un baluardo contro l’establishment di Bruxelles, e la sua eventuale caduta indebolirebbe una rete di alleati che si estende ben oltre i confini magiari.

Se i sondaggi che danno Magyar in vantaggio dovessero rivelarsi accurati – e se il voto non verrà pesantemente manipolato da questi presunti “aiuti esterni” – l’Ungheria si troverebbe di fronte a un bivio storico. Da una parte, la continuità di un regime che ha accentrato il potere, piegato la magistratura e trasformato i media in megafoni di partito; dall’altra, la scommessa di un ex insider che promette di restituire al paese un posto nella famiglia europea, riallineandosi sulle sanzioni contro Mosca e sbloccando i fondi UE congelati. In attesa del verdetto delle urne, la sensazione è che la fase più sporca debba ancora venire.

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