Il 15 marzo delle due piazze: Budapest si spacca tra Orbán e l’avanzata di Magyar

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le celebrazioni del 15 marzo, data in cui l’Ungheria ricorda lo scoppio della Rivoluzione del 1848 contro la Corona asburgica – un’insurrezione che, sebbene repressa l’anno successivo dalle truppe zariste, rimane il simbolo fondativo della nazione magiara – hanno assunto quest’anno un significato politico ben più profondo della rituale commemorazione storica. A meno di due settimane dal voto del 12 aprile, le due piazze di Budapest sono diventate il termometro perfetto di una nazione divisa: da un lato la piazza governativa, quella in cui il premier nazional-conservatore Viktor Orbán chiede ai suoi l’ennesima “vittoria storica”; dall’altro, la folla oceanica radunatasi per ascoltare Péter Magyar, l’ex uomo di Fidesz diventato leader del partito Tisza, che oggi incarna la prima vera minaccia credibile al sistema di potere costruito dal premier dal 2010. Non si trattava solo di una dimostrazione di forza, ma di una fotografia nitida della frattura che attraversa il paese, laddove il 15 marzo è diventato il palcoscenico di una sfida che, per la prima volta in molti anni, mette in discussione il controllo di Orbán sulla scena politica.

Il vantaggio nei sondaggi e la distorsione del sistema maggioritario

I dati politici più rilevanti, al di là del simbolismo delle folle, continuano a raccontare una tendenza che gli analisti indipendenti definiscono inedita. I sondaggi più autorevoli, come quelli condotti dal 21 Research Centre o dal Median, confermano da settimane il vantaggio di Tisza: una rilevazione pubblicata a marzo assegna al partito di Magyar il 53 per cento tra gli elettori decisi, contro il 39 di Fidesz, mentre un’altra stima addirittura un vantaggio di ventitré punti percentuali nella stessa categoria. Tuttavia, chi osserva il quadro ungherese sa bene che il voto popolare non racconta l’intera storia, e il motivo va ricercato nella legge elettorale voluta da Orbán dopo la sua ascesa al potere. Il parlamento di Budapest assegna 106 seggi su 199 in collegi uninominali con formula maggioritaria secca, e gli altri 93 vengono distribuiti con un meccanismo proporzionale compensativo che, di fatto, amplifica la vittoria del partito più forte sul territorio. In questo schema, Fidesz conserva ancora una forza capillare nelle aree rurali e nella provincia profonda, dove la macchina organizzativa del partito, costruita in quindici anni di egemonia, può fare la differenza collegio per collegio. L’analisi di centri studi come l’Osw polacco suggerisce che per avere la certezza di ribaltare la maggioranza, Tisza avrebbe bisogno di un vantaggio nazionale di almeno tre punti percentuali, mentre Fidesz potrebbe mantenere il governo anche in condizioni di sostanziale parità. A complicare ulteriormente il quadro, c’è stata una ridistribuzione dei confini di trentanove collegi nel 2024, con Budapest che ha perso due seggi a favore della contea di Pest, un intervento che molti osservatori internazionali – tra cui l’Osce – hanno letto come un ulteriore fattore di squilibrio.

La diaspora dell’opposizione e l’effetto aggregatore di Tisza

Quella che si sta consumando nelle settimane antecedenti il voto è anche una profonda ristrutturazione del campo avversario a Orbán. L’ascesa di Magyar è stata così rapida e travolgente – basti pensare che fino al 2024 era un membro di Fidesz, passato all’attacco approfittando di scandali giudiziari e accuse di corruzione rivolte al governo – da aver letteralmente “mangiato” le opposizioni tradizionali. In un contesto in cui l’ingresso in parlamento richiede il superamento di una soglia di sbarramento del 5 per cento, diversi partiti storici hanno compiuto una scelta che fino a pochi mesi fa sarebbe apparsa impensabile: ritirarsi per non disperdere i voti. Il Partito Socialista Ungherese (MSZP) e Momentum hanno annunciato che non presenteranno candidati propri, chiedendo ai propri elettori di convergere su Tisza per massimizzare le possibilità di sconfiggere il “regime”. È una decisione che riflette la consapevolezza, maturata dopo la sconfitta del 2022 quando Péter Márki-Zay tentò invano di riunire sei partiti contro Orbán, che l’unica strada per superare la distorsione maggioritaria è quella di presentarsi compatti. Non tutti hanno seguito questa linea: Coalizione Democratica (DK) mantiene una posizione critica, sostenendo che affidare troppo potere a Magyar possa rivelarsi rischioso, ma i sondaggi la danno stabilmente sotto la soglia di sbarramento, intorno al 2 per cento. Rimane in corsa anche il Movimento Nostra Patria (Mi Hazánk), un partito di estrema destra che oscilla intorno alla soglia critica del 4-6 per cento, la cui eventuale presenza in parlamento potrebbe sottrarre voti proprio a Fidesz o, a seconda delle combinazioni, finire per agevolare la maggioranza uscente.

Il peso dell’economia e le accuse di interferenza russa

Sullo sfondo della competizione elettorale, Orbán si presenta all’appuntamento con un’eredità economica complessa, fatta di tre anni di stagnazione, un costo della vita in aumento e un deficit pubblico che da tempo si attesta intorno al 5 per cento del Pil. Magyar, che nel discorso tenuto proprio il 15 marzo a Budapest ha definito il premier un “traditore” del futuro comune, ha fatto della lotta alla corruzione e del recupero dei fondi europei congelati – che Bruxelles ha bloccato proprio per le violazioni dello stato di diritto – i cardini della sua campagna. Il leader di Tisza ha promesso un piano di rilancio della sanità pubblica e un limite di due mandati per la carica di primo ministro, cercando di proporsi come una destra europeista capace di riallineare Budapest agli alleati Nato e all’Unione, senza però sposare in modo acritico l’accelerazione sull’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Sul terreno della campagna, poi, si è inserita un’accusa di peso: Magyar ha dichiarato pubblicamente che Orbán avrebbe “arruolato agenti russi” per interferire nel voto, riferendosi a notizie secondo cui una squadra di esperti sarebbe stata dispiegata dall’ambasciata russa a Budapest per influenzare l’esito elettorale – accuse prontamente respinte da Mosca, ma che hanno acceso i riflettori sul clima di tensione e sul timore di condizionamenti esterni. A questo si aggiungono le preoccupazioni già segnalate dall’Odihr sulla debole separazione tra stato e partito e sulla copertura mediatica squilibrata a favore del governo da parte dell’emittente pubblica, elementi che rendono il “level playing field” una chimera e che fanno di queste elezioni, per gli osservatori internazionali, un test non solo sul consenso ma sulla tenuta stessa delle procedure democratiche.

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