Magyar: «Abbiamo liberato l’Ungheria», il popolo in strada per la caduta di Orbán
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Redazione Esteri
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La lunga notte ungherese, quella che per sedici anni aveva visto Viktor Orbán celebrare trionfi elettorali davanti a una folla compatta e fedele, si è conclusa con un colpo di scena tanto atteso quanto, per molti, inimmaginabile. A Budapest, le strade si sono riempite di clacson e cori improvvisati, un’onda sonora che ha travolto il silenzio dei palazzi del potere: Péter Magyar, il leader del movimento Tisza, ha conquistato la vittoria, e l’annuncio – «Abbiamo cambiato il regime di Orbán, abbiamo liberato l’Ungheria» – è stato accolto da un’esplosione di giubilo che non si vedeva da generazioni. L’affluenza, toccando l’80 per cento, ha raccontato da sola l’importanza di questa tornata: un elettorato stanco ma determinato, che ha scelto di voltare pagina senza mezzi termini.
L’addio al potere dopo sedici anni e la notte dei festeggiamenti
Il risultato, chiaro e indiscutibile, ha spinto lo stesso Orbán a riconoscere la sconfitta in una breve dichiarazione pubblica, dove non ha nascosto l’amarezza – «un risultato per noi straziante» – ringraziando comunque i suoi elettori. I suoi fedelissimi, quelli che lo avevano accompagnato in due decenni di governo tra polemiche con Bruxelles e politiche sovraniste, hanno assistito in silenzio alla fine di un’era. Nel frattempo, Magyar, circondato da una folla che sventolava bandiere ungheresi ed europee, ha ribadito l’intenzione di rafforzare i legami con l’Unione Europea e la Nato, promettendo una svolta netta sulla corruzione e sulle politiche ereditate dal suo predecessore. I festeggiamenti, partiti dal centro di Budapest, si sono estesi a molte altre città, con cortei spontanei e un clima che molti osservatori hanno definito liberatorio.
Le reazioni europee e il commento misurato di Fidanza
Tra i primi commenti arrivati dall’estero, spicca quello di Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo. L’eurodeputato, evitando toni trionfalistici o di rammarico nei confronti del vecchio alleato Orbán, ha voluto sottolineare un aspetto preciso: il voto ungherese «è stato chiaro, netto, nessuno può contestarlo e non ci saranno liti o accuse su possibili brogli che avrebbero creato instabilità nell’Unione Europea, l’unica cosa di cui non avevamo bisogno». Fidanza ha poi smorzato ogni tentazione di leggere il risultato in chiave ideologica allargata, osservando che «gli ungheresi hanno scelto dopo molti anni di cambiare» e che «i diritti non c’entrano», aggiungendo infine che Magyar «non è certo di sinistra». Una presa di distanza, la sua, dalle facili etichette politiche.
Una transizione senza contestazioni e il futuro del paese
L’elemento forse più rilevante, agli occhi di chi segue le dinamiche dell’Europa centro-orientale, è la rapidità con cui si è consumato il passaggio di consegne. Orbán, che per sedici anni aveva modellato le istituzioni ungheresi a propria immagine, non ha opposto resistenza né sollevato dubbi sulla regolarità del voto. Magyar, dal canto suo, si è presentato come il volto di un’alternativa pro-europea, capace di raccogliere un malcontento trasversale. Le indagini sulla corruzione dell’era precedente – già avviate da alcuni magistrati indipendenti – potrebbero ora accelerare, anche se il neo-premier non ha ancora fornito dettagli operativi. Per ora, a Budapest, si continua a suonare il clacson: la domenica di Pasqua del 2026 resterà negli annali come quella in cui l’Ungheria, senza spargimenti di sangue né colpi di scena giudiziari eclatanti, ha semplicemente deciso di cambiare.




