Magyar vince in Ungheria ma sul gas russo e l’Ucraina la pensa come Orbán
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Redazione Esteri
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Non è bastata una campagna elettorale incentrata sulla promessa di smantellare il “sistema corrotto” di Viktor Orbán, né l’onda lunga di un malcontento popolare che sembrava inarrestabile, per trasformare Péter Magyar in un leader dalle posizioni radicalmente distanti dal suo predecessore, almeno su due dossier cruciali per il futuro dell’Europa centro-orientale. Il trionfatore delle ultime elezioni ungheresi – un voto che molti osservatori hanno definito uno spartiacque – ha infatti scelto il giorno della sua vittoria, domenica sera, per mettere subito in chiaro un punto che rischia di ridisegnare gli equilibri regionali in modo meno scontato di quanto si potesse immaginare: Budapest non intende concedere all’Ucraina alcuna “corsia preferenziale” verso l’adesione all’Unione europea, ricalcando pedissequamente la linea dura che Orbán aveva trasformato in un marchio di fabbrica. La dichiarazione, rilasciata a caldo davanti ai suoi sostenitori, ha gelato le speranze di quanti avevano scommesso su un cambio di rotta immediato dopo la lunga stagione fideszista.
La vittoria contro il sistema e il nodo ucraino
Magyar, nel suo discorso di domenica, ha alternato toni da rivoluzionario istituzionale – chiedendo apertamente le dimissioni del presidente della Repubblica, Tamás Sulyok, e di tutte le figure legate all’apparato di potere di Fidesz – a una prudenza quasi realista sul piano internazionale. “Siamo contrari a ogni corsia preferenziale”, ha detto riferendosi al Paese di Volodymyr Zelensky, e con questa frase ha di fatto allineato la futura politica estera ungherese a quella del governo uscente, salvo poi aggiungere un invito a riformare profondamente i meccanismi di allargamento dell’Unione. Il vincitore ha così evitato di scatenare una crisi diplomatica con Mosca, dove la dipendenza dal gas russo rappresenta un capitolo delicato delle finanze pubbliche magiare. Non si è parlato di embargo, né di sostituzione immediata delle forniture; anzi, il silenzio su questo tema ha confermato la sostanziale continuità strategica.
I fondi Ue e il guinzaglio dei 37 miliardi
L’elemento che però spiega gran parte di questa moderazione forzata – e che trasforma la vittoria di Magyar in un caso di scuola per chi studia i rapporti tra Bruxelles e i nuovi governi – è di natura squisitamente economica. Il futuro primo ministro magiaro, pur parlando di lotta alla corruzione e di stato di diritto, si è mostrato finora sorprendentemente accondiscendente verso le richieste della Commissione europea, e il motivo risiede in una cifra precisa: 37 miliardi di euro. Sommando i fondi europei congelati durante l’era Orbán – una leva che Bruxelles ha usato senza troppi pudori per punire i reiterati scostamenti democratici di Budapest – si arriva a una somma che rappresenta il 17% del prodotto interno lordo ungherese. Nessun premier al mondo, per quanto carismatico e votato al cambiamento, può permettersi di ignorare una fetta così gigantesca della propria ricchezza nazionale. L’economia, nelle urne come nei palazzi del potere, conta quasi sempre più di qualsiasi altra cosa.
Tregua di Pasqua finita, accuse incrociate tra Mosca e Kiev
Mentre in Ungheria si consumava questa transizione politica ancora tutta da decifrare, sul fronte orientale si chiudeva senza alcun risultato concreto la cosiddetta tregua di Pasqua: un cessate il fuoco di appena 32 ore – iniziato sabato alle 16 (le 15 italiane) e terminato alla fine della giornata di domenica – che ha lasciato sul terreno solo accuse reciproche. L’esercito ucraino ha stilato un conteggio impressionante, parlando di 2.299 violazioni da parte russa lungo la linea del fronte; Mosca, dal canto suo, ha replicato denunciando a sua volta centinaia di attacchi da Kiev. La breve parentesi di silenzio armato, voluta più per ragioni simboliche che per reali intenzioni negoziali, si è così risolta nell’ennesimo fallimento diplomatico, senza che nessuna delle due capitali abbia mostrato segnali di apertura. La guerra, insomma, prosegue nella sua inerzia sanguinosa, mentre l’Europa guarda a Budapest con la preoccupazione di chi sa che i 37 miliardi congelati possono diventare, nelle mani sbagliate, un formidabile moltiplicatore di ricatti incrociati.




