Meloni e l’Ungheria senza Orban: “Non conosco Magyar, ma il lavoro continua”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La lunga era politica di Viktor Orban, conclusasi con la netta affermazione elettorale del partito Tisza guidato da Péter Magyar, impone una ridefinizione dei rapporti diplomatici consolidati negli anni tra Roma e Budapest. In un punto stampa tenuto al Vinitaly di Verona, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha rotto il silenzio sulla vittoria – chiara e inequivocabile – del nuovo centrodestra ungherese, scegliendo una linea di continuità istituzionale che prescinde dalle relazioni personali del passato. "L'Italia e l'Ungheria – ha dichiarato la premier – sono due nazioni alleate che lavorano insieme da tanto tempo". Pur ammettendo di non conoscere personalmente il nuovo primo ministro, a differenza del "caro Orban" ringraziato per la fruttuosa collaborazione passata, Meloni si è detta convinta che l'asse bilaterale resisterà al cambio di guardia a Budapest.

La realpolitik di Palazzo Chigi e la "lezione" dell’interesse nazionale

L’approccio della leader di Fratelli d’Italia si fonda su un pragmatismo che, a suo dire, trascende le appartenenze ideologiche dei singoli interlocutori. "La mia storia di questi anni – ha rivendicato – dimostra che quando devo difendere l’interesse nazionale italiano, non mi interessa particolarmente da dove arriva il mio interlocutore". Una dichiarazione che suona come una presa di distanza indiretta dalle esultanze della sinistra italiana, che la stessa Meloni ha liquidato con una punta di sarcasmo: "Mi fa sorridere che la sinistra sia così contenta del risultato di un'elezione nella quale, in realtà, la sinistra non è pervenuta". Una frecciata, la sua, rivolta a quelle opposizioni interne che hanno letto il voto di Budapest come un referendum implicito contro i sovranismi, nonostante Magyar provenga da un'area politica conservatrice e affiliata al Partito Popolare Europeo.

L’Europa e la diaspora ungherese: la voce di Susanna Egri

Mentre la politica valuta le ripercussioni strategiche della sconfitta di Orban – un fulmine a ciel sereno dopo sedici anni di potere assoluto – emerge dal mondo della cultura una lettura più intima del voto, legata ai sentimenti di appartenenza continentale. Susanna Egri, centenaria coreografa e danzatrice di origine magiara nonché fondatrice della EgriBiancoDanza, ha offerto un punto di vista teso a sdrammatizzare la retorica sulla "caduta di un dittatore". "A mio avviso – ha spiegato all’Adnkronos – Orban non è un dittatore. Se lo fosse stato, non avrebbe permesso libere elezioni". La Egri, che ha lasciato l'Ungheria in giovane età dopo aver vissuto gli orrori della guerra, vede nell'affermazione di Magyar il trionfo della volontà popolare e, soprattutto, il ritorno di Budapest nell'alveo europeista: "Mi sono sempre sentita europea, e queste elezioni hanno dimostrato il desiderio del Paese di stare in Europa".

L’analisi storica di Caravale: il carisma dell’"unto dal Signore"

Uno sguardo più antropologico sul fenomeno della sconfitta di Orban è stato offerto dallo storico Giorgio Caravale, intervenuto ai microfoni di Omnibus. Secondo l’analista, la fine dell'era Orban non rappresenta soltanto una sconfitta elettorale, ma il cedimento di un certo archetipo di leadership carismatica. "I leader più autoritari – ha osservato Caravale – hanno sempre provato a presentarsi come gli unti del Signore". Un parallelo, il suo, che traccia una linea ideale tra la retorica della sovranità assoluta praticata a Budapest e le derive populiste osservabili altrove, menzionando esplicitamente lo stile comunicativo di Donald Trump – ormai stabilmente alla Casa Bianca da oltre un anno. Un tentativo, quello di ergersi a guida provvidenziale, che Caravale definisce "violento, aggressivo e sproporzionato", ma funzionale a legittimare un potere che si sente superiore persino all'autorità religiosa che invoca.

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