Elezioni in Ungheria, la sfida epocale tra Orban e Magyar per il futuro europeo di Budapest
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Redazione Esteri
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Budapest si è svegliata ieri sotto il segno di una partecipazione popolare che, se i dati di affluenza non mentono, non si vedeva da anni. Con un incremento del 14% rispetto al 2022, i cittadini ungheresi sono accorsi numerosi ai seggi per decidere il futuro di un Paese che, esattamente ventitré anni dopo il referendum che sancì l’ingresso nell’Unione europea, si trova oggi a un bivio cruciale per le sue relazioni con Bruxelles. A contendersi la guida del Parlamento sono due figure, Viktor Orban e Peter Magyar, le cui visioni dell’esecutivo – sebbene entrambe radicate in un humus conservatore – sembrano divergere radicalmente sul tema della sovranità nazionale e del confronto con le istituzioni comunitarie. La lunga giornata di voto, che si concluderà ufficialmente alle 19, rappresenta il momento culminante di una campagna elettorale segnata da toni aspri e da un’interesse internazionale senza precedenti, che ha visto schierarsi da un lato l’amministrazione Trump, con il vicepresidente J.D. Vance giunto in visita a sostegno del premier uscente, e dall’altro le cancellerie europee, stanche dei veti incrociati arrivati da Budapest.
La macchina del dopo voto e l’incognita presidenziale
Non appena le urne avranno decretato il vincitore, scatterà una partita a scacchi regolata dai tempi della costituzione magiara. Sarà il presidente Tamas Sulyok, figura storicamente vicina all’orbita del Fidesz, ad avere il compito di convocare la nuova legislatura, una formalità che dovrebbe avvenire entro un mese – e con ogni probabilità già nel corso di maggio. La scelta del prossimo premier segue un copione ben preciso: il capo dello Stato propone un nome al Parlamento, il quale, a sua volta, lo elegge a maggioranza semplice. Di norma, la prassi vorrebbe che il candidato indicato sia proprio il leader del partito o della coalizione uscita vincitrice dal voto; tuttavia, l’ombra della lealtà politica di Sulyok verso Orban getta un’ombra di incertezza sulla fluidità del passaggio di consegne, qualora i sondaggi che danno Magyar in vantaggio dovessero rivelarsi fondati.
Media, complottismo e lo spettro dei disordini
La particolarità della normativa ungherese, che non prevede il silenzio elettorale, ha permesso a Viktor Orban di mantenere alta la tensione retorica fino all’ultimo secondo. Uscito dal seggio dove ha deposto la sua scheda, il leader del partito sovranista Fidesz ha lanciato un messaggio inequivocabile ai suoi avversari («Sono qui per vincere! Questa non sarà la mia ultima campagna elettorale») mentre, parallelamente, l’apparato mediatico a lui fedele continua a tessere una narrazione basata sulla paura del caos. Secondo quanto riportato da testate come Magyar Nemzet, circolerebbero tesi secondo le quali le forze di opposizione, pronte a non accettare la sconfitta, avrebbero già pianificato disordini in piazza con la benedizione occulta di Bruxelles. Un clima di tensione che Magyar, dal canto suo, ha cercato di stemperare recandosi a votare in un asilo del 12esimo distretto della capitale, presentandosi come il volto di un cambiamento ordinato e costituzionale.
Una giornata storica tra passato e futuro europeo
La coincidenza temporale con l’anniversario del sì all’UE non è passata inosservata, trasformando il voto in un referendum implicito sulla direzione geopolitica del Paese. Mentre Orban ha costruito la sua campagna sull’idea di un’«isola di pace» lontana dai conflitti e dalle direttive di Bruxelles – cavalcando il malcontento per la guerra in Ucraina e la questione migratoria – Magyar promette di ricucire lo strappo con l’Europa per sbloccare i miliardi di fondi attualmente congelati a causa delle violazioni dello stato di diritto. L’affluenza record testimonia come, dopo sedici anni di governo del premier uscente, gli ungheresi percepiscano l’urgenza di una svolta, anche se la strada per la formazione del prossimo esecutivo appare ancora disseminata di insidie procedurali e equilibri istituzionali molto delicati.




