Ungheria al voto, la sfida tra Orbán e Magyar nel segno dell’intervento esterno

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   C’è un vento gelido che soffia da Budapest, e non si tratta soltanto di quello meteorologico che, alle otto e mezza di mattina nei pressi del municipio di Sülysáp, faceva rabbrividire la folla accorsa per ascoltare Péter Magyar. Il vero freddo, quello percepito nelle stanze del potere europeo, è il timore che domenica 12 aprile l’Ungheria possa voltare pagina dopo sedici anni di governo illiberale, oppure che possa sprofondare ulteriormente in un isolamento cercato e voluto dal suo attuale premier. A pochi giorni dal voto, mentre i sondaggi consegnano un vantaggio significativo al partito Tisza del giovane sfidante – con distacchi che oscillano tra i dieci e gli undici punti percentuali a seconda dell’istituto di rilevazione – la partita rimane sorprendentemente aperta, complice un bacino di indecisi che, secondo l’istituto Publicus, raggiungerebbe ancora il 25% dell’elettorato.

Il duello tra due ex alleati e l’ombra delle intercettazioni

Quella tra Viktor Orbán e Péter Magyar non è soltanto la classica sfida tra un vecchio potere e una nuova promessa, ma rappresenta piuttosto lo scontro tra due anime che provengono dalla stessa matrice politica, laddove Magyar è un ex fedelissimo del sistema Fidesz passato all’opposizione dopo una rottura consumatasi pubblicamente nel 2024. È proprio questa conoscenza diretta dei meccanismi interni del partito, che gli consente di attaccare con cognizione di causa la “oligarchia di Stato” costruita in quasi due decenni, a rappresentare la sua arma più affilata. La campagna elettorale, negli ultimi dieci giorni, è stata scossa da rivelazioni che hanno assunto i contorni di una vera e propria guerra sporca: la stampa ha pubblicato trascrizioni di colloqui intercettati tra il ministro degli Esteri Péter Szijjártó e il suo omologo russo Sergej Lavrov, documenti dai quali emergerebbe come Budapest tenesse Mosca costantemente aggiornata sulle divisioni interne all’Unione Europea riguardo all’adesione dell’Ucraina. Se da un lato il governo uscente parla di “interferenza straniera” orchestrata per indebolirlo – accusando servizi segreti occidentali di aver spiato le conversazioni – dall’altro Magyar utilizza queste stesse prove per certificare ciò che definisce un “allineamento tossico” con il Cremlino, chiedendo agli elettori di scegliere tra un’Europa democratica e un’alleanza con gli autocrati.

Il fattore Trump, una presenza ingombrante ma forse inutile

Proprio in questa fase convulsa, quando la retorica del premier uscente si è fatta più aggressiva accusando l’opposizione di “cospirare con i servizi segreti stranieri” per scatenare il caos, è arrivato a gamba tesa il sostegno di Donald Trump. Il presidente americano, ormai stabilmente insediato alla Casa Bianca da oltre un anno, ha voluto rompere ogni indugio scrivendo sui suoi canali social che Orbán è un “vero amico, combattente e vincitore”, esortando gli ungheresi a votare per lui e promettendo che la potenza economica degli Stati Uniti premierà la sua rielezione. A suggellare questa intesa, negli scorsi giorni, è stata la visita a Budapest del vicepresidente J.D. Vance, una presenza fisica che i critici del governo hanno immediatamente etichettato come un’ingerenza palese nella sovranità nazionale; lo stesso Magyar, dal palco, ha ribadito che “nessun paese straniero può interferire nelle elezioni ungheresi, che la storia non si scrive a Washington o a Mosca ma nelle piazze magiare”. Tuttavia, gli analisti notano come l’appoggio diretto del tycoon possa rivelarsi un’arma a doppio taglio: mentre tra gli elettori di Fidesz l’endorsement viene accolto come un sigillo di legittimità internazionale, nei centri urbani e tra la fascia più giovane – quella che guarda con speranza all’Europa – quell’abbraccio con il presidente americano rischia di appesantire ulteriormente il giudizio su Orbán, visto ormai come un sodale di quella deriva sovranista che ha isolato il paese.

L’incognita delle periferie e la paura del cambiamento

Mentre a Budapest e nelle grandi città la mobilitazione per Magyar è impressionante – con folle che sventolano bandiere tricolori e cartelli con la scritta “Ora o mai più” – la vera battaglia si gioca nelle campagne e nei piccoli centri, storici serbatoi di voti per la destra nazionalista. A Sülysáp, dove quattro anni fa Orbán vinse senza colpo ferire, oggi l’aria è cambiata, ma non ovunque: molti pensionati temono l’instabilità e guardano con sospetto a chi promette un’improvvisa svolta filo-europea, preferendo la sicurezza di un governo che, nonostante la corruzione e l’impennata del costo della vita, ha sempre garantito la riduzione delle bollette e una linea dura contro l’immigrazione. La sfida per Magyar, che in questi giorni ha attraversato in lungo e largo il paese da Gyor fino a Miskolc, è riuscire a convincere proprio quella fascia di elettorato popolare che non si sente rappresentata dalle élite occidentali, trasformando il malessere economico in un voto di cambiamento piuttosto che in una resa alla paura. La posta in palio, come emerge dalle carte ottenute da Politico riguardanti un accordo di cooperazione in dodici punti tra Russia e Ungheria, non riguarda solo la politica interna, ma l’intero equilibrio degli equilibri sul fianco orientale della Nato.

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