Elezioni in Ungheria, affluenza record e accuse di brogli: la sfida tra Orban e Magyar entra nel vivo dello spoglio

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Si sono chiuse da poche ore le urne in Ungheria, e quel che emerge dalla giornata di voto – al netto dei primi exit poll – è una mobilitazione senza precedenti che ha riscritto i parametri della partecipazione elettorale nel paese. Con i seggi aperti fino alle 19, l’affluenza ha raggiunto quota 77,8% intorno alle 18:30, un dato che non solo supera ampiamente il 69,5% registrato nell’intera giornata di voto del 2022, ma che frantuma anche il precedente record storico del 2002 (fermo al 70,5%). Questa massiccia partecipazione popolare, che ha trasformato le sezioni elettorali in luoghi di lunghe attese (soprattutto a Budapest, dove la macchina organizzativa ha mostrato qualche cedimento nella gestione dei votanti fuori sede), rappresenta di per sé il primo, inequivocabile verdetto di queste consultazioni: gli ungheresi hanno percepito l’appuntamento alle urne come una svolta epocale, una “ultima occasione” come l’hanno definita molti elettori al microfono della stampa internazionale, per scegliere la traiettoria geopolitica del paese tra Est e Ovest.

La partita istituzionale e l’incognita del capo dello Stato

Con lo spoglio già iniziato a ridosso della chiusura dei seggi – e i primi risultati preliminari attesi dall’Ufficio nazionale elettorale già intorno alle 20 – l’attenzione si sposta ora sui tempi e le modalità della futura formazione del governo. Una volta certificato l’esito definitivo, sarà il presidente Tamas Sulyok, figura notoriamente vicina all’orbita del premier uscente, a convocare il nuovo Parlamento entro un mese (con ogni probabilità già a maggio). Sarà proprio l’Assemblea, a maggioranza semplice, a eleggere il prossimo premier su proposta del capo dello Stato, il quale – almeno secondo la prassi consolidata – indica il leader del partito o della coalizione vincente. Se da un lato la prassi sembra lineare, dall’altro non sfugge agli osservatori la delicatezza di questo passaggio: Sulyok, la cui lealtà a Orban è nota, si troverebbe nella posizione di dover agevolare l’insediamento di colui che, secondo i sondaggi diffusi alla vigilia (come quello del Centro 21 che dà Tisza al 55% contro il 38% di Fidesz), potrebbe essere proprio l’avversario Peter Magyar.

Accuse incrociate e il fantasma dei brogli

Il clima, già rovente per la posta in palio, si è ulteriormente surriscaldato a causa di un fitto scambio di accuse riguardanti la regolarità del voto. In Ungheria non vige il silenzio elettorale, una peculiarità normativa che ha consentito a Viktor Orban di tenere veri e propri comizi volanti fuori dai seggi (dove è stato accolto anche da contestatori che gli hanno mostrato un “biglietto di sola andata per Mosca”) e che ha permesso ai media vicini al partito Fidesz di rilanciare tesi complottiste. Secondo queste narrazioni, alimentate ad esempio dal sito Magyar Nemzet, i partiti di opposizione avrebbero preparato un piano per scatenare disordini in piazza “con l’approvazione di Bruxelles”.

Sul fronte opposto, il leader del partito Tisza, Peter Magyar, ha denunciato “tentativi di frode elettorale a vari livelli, alcuni dei quali gravi”, invitando i propri sostenitori a monitorare i seggi e a restare vigili. Il suo appello, lanciato anche sui social, è stato chiaro: “Restiamo pacifici e non cediamo a provocazioni della propaganda”, mentre il suo entourage ha raccolto segnalazioni di presunte irregolarità – come la compravendita di voti tramite buoni spesa – che secondo l’opposizione sarebbero state messe in atto per favorire il partito di governo.

L’appello finale e la resa dei conti con Bruxelles

“Ogni voto può essere decisivo”, ha ripetuto Magyar nella giornata di mobilitazione, consapevole che l’affluenza record rappresenta la sua arma migliore per scardinare un sistema elettorale che, secondo gli analisti, è stato storicamente disegnato per avvantaggiare il partito al potere. Dall’altra parte, Orban non ha mollato di un centimetro la presa, dichiarando ai suoi all’uscita del seggio: “Sono qui per vincere. Questa non sarà la mia ultima campagna elettorale”. Il premier uscente, che può contare sull’appoggio dichiarato dell’amministrazione Trump (con il presidente americano che ha promesso di portare la “potenza economica” degli Stati Uniti in Ungheria in caso di sua vittoria), ha incentrato le ultime battute della campagna sulla difesa della sovranità nazionale, opponendosi alle direttive di Bruxelles e dipingendo l’Ucraina come una minaccia.

Queste elezioni, che arrivano a 23 anni esatti dal referendum che sancì l’ingresso nell’Unione europea, rappresentano quindi un crocevia fondamentale per i rapporti tra Budapest e le istituzioni comunitarie. Mentre i primi dati dello scrutinio iniziano a fluire e la sede del partito Tisza si riempie di sostenitori in attesa, l’unica certezza è che la sfida tra il “baluardo illiberale” Orban e il “disruptor” filoeuropeo Magyar è destinata a decidere non solo chi siederà a palazzo, ma anche se l’Ungheria rimarrà la “spina nel fianco” dell’Europa o inizierà un lento e complesso percorso di riavvicinamento.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.