L’ex fedelissimo Péter Magyar spazza via Orbán: Ungheria, svolta europeista con la super maggioranza
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Redazione Esteri
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Budapest. La notte sul Danubio, illuminata solo dalle fiaccole dei manifestanti e dagli scoppi ritmici dei fumogeni lanciati in aria, è sembrata per un attimo la scena di una di quelle rivoluzioni che gli ungheresi, popolo dal carattere fiero e profondamente segnato dalla storia, conoscono fin troppo bene. Eppure, il terremoto politico che ha spazzato via Viktor Orbán dopo sedici anni di governo incontrastato non è arrivato attraverso le barricate, ma attraverso le urne. Con un’affluenza che ha sfondato ogni record dalla caduta del comunismo – toccando quasi il 78% degli aventi diritto – la formazione di centrodestra Tisza, guidata dall’ex insider Péter Magyar, ha inflitto una sconfitta storica al partito Fidesz, conquistando una maggioranza talmente schiacciante da permettergli di modificare persino la Costituzione.
Per comprendere la portata di questo tsunami politico, occorre partire dal profilo dell’uomo che ora siede sul trono lasciato vacante dal “tamagotchi” della politica magiara. Péter Magyar, avvocato classe 1981 cresciuto nell’ombra del regime, ne conosceva ogni segreto, ogni ingranaggio, ogni debolezza: era lui stesso un prodotto di quel sistema prima di diventarne il becchino. Dopo aver passato anni a ricoprire ruoli diplomatici a Bruxelles e posizioni di vertice in istituzioni statali vicine al partito, la sua definitiva rottura – avvenuta sull’onda dello scandalo dei perdoni presidenziali legato a un caso di abusi su minori – ha galvanizzato un’opposizione fino a quel momento frammentata e incapace di reagire alla macchina da guerra mediatica di Orbán.
Numeri da capitali e la fine di un’era “illiberale”
I dati diffusi dall’Ufficio Elettorale Nazionale, sebbene non ancora definitivi al millesimo, consegnano a Magyar una poltrona d’acciaio. Con oltre il 53% delle preferenze, il suo partito Tisza si aggiudica 138 seggi sui 199 in palio nel parlamento unicamerale; una cifra che supera abbondantemente la fatidica soglia dei due terzi necessaria per smantellare l’impianto giuridico su cui Orbán aveva costruito la sua “democrazia illiberale”. Dall’altra parte, la coalizione Fidesz-KDNP si è dovuta accontentare di un magro 37,8% e di 55 seggi, un tracollo che il premier uscente, nel corso di una conferenza stampa dai toni tesi ma rassegnati, non ha potuto fare a meno di definire “doloroso ma chiaro”.
Non si tratta solo di una sostituzione al vertice, ma di una vera e propria inversione di rotta geostrategica. Se Orbán aveva fatto del braccio di ferro con Bruxelles e delle strette di mano con Vladimir Putin il suo marchio di fabbrica – osteggiando spesso gli aiuti militari a Kyiv e vantandosi di un presunto “primato” nelle trattative con il Cremlino – Magyar ha già promesso di riportare l’Ungheria nel “cuore dell’Europa”. Le folle radunatesi lungo il Danubio, tra cori e bandiere tricolori, non hanno esitato a scandire cori contro l’influenza russa, un segnale evidente di come l’elettorato abbia voluto punire l’isolamento internazionale voluto dal precedente esecutivo.
Dalla crisi dello Stretto di Hormuz alla “svolta” di Meloni
Mentre Budapest festeggiava, lo scenario internazionale restava però intriso di tensione, a dimostrazione di come il nuovo corso ungherese dovrà fare i conti con equilibri globali infiammati. Nonostante la Pasqua, l’inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, ha infatti scelto di non abbassare la guardia, lanciando un ultimatum all’Iran via social network: o lo Stretto di Hormuz verrà riaperto al traffico navale, oppure i Pasdaran subiranno conseguenze militari drastiche entro la giornata di martedì. Un avvertimento che il presidente ha definito una risposta necessaria a un “atto di pirateria”, acuendo ulteriormente la fibrillazione sui mercati energetici globali.
Proprio su questo fronte, la Premier italiana Giorgia Meloni ha voluto inserire un commento che, sebbene apparentemente slegato dalle sorti ungheresi, delinea le priorità della Nazione: “Il Golfo è un attore fondamentale del mercato energetico globale e non solo”. Una frase, la sua, che calza perfettamente con il momento di transizione vissuto dall’Europa, chiamata a gestire la fine di un’alleanza scomoda a Est mentre le forniture di gas rischiano nuove interruzioni a Sud.
L’effetto domino su Ucraina e fondi Ue
Tornando alla pianura pannonica, la vittoria di Tisza ha suscitato un immediato, quasi liberatorio, sospiro di sollievo nei palazzi del potere comunitario. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione, non ha esitato a definire la tornata elettorale come una scelta netta a favore dell’Europa, sottolineando come l’Ungheria abbia finalmente “scelto i valori condivisi”. E non potrebbe essere altrimenti, considerando che proprio il veto ungherese aveva bloccato per mesi un pacchetto di aiuti da 90 miliardi di euro destinato a Kyiv.
Con Magyar al governo, le acque sono destinate a cambiare rapidamente. Il nuovo premier, che ha già annunciato l’intenzione di aderire alla Procura europea e di varare leggi anticorruzione entro il primo giorno di mandato, rappresenta per Zelensky una boccata d’ossigeno. Da Kharkiv, il leader ucraino ha parlato di “vittoria risonante” e di “svolta costruttiva”, auspicando una cooperazione più stretta per contrastare l’avanzata russa. Allo stesso tempo, la fine dell’era Orbán potrebbe sbloccare i fondi di coesione e il Pnrr ungherese, congelati da Bruxelles proprio a causa delle derive autoritarie dell’ex premier.
La transizione, sebbene già avviata con una telefonata di cortesia tra i due rivali, si prospetta complessa. Magyar ha avvertito il predecessore: niente “manovre ostruzionistiche” da qui alla firma del passaggio di consegne. E mentre i sostenitori ballano sotto le stelle, l’ex premier si ritira in quella che molti analisti definiscono la “bunkerizzazione” della vecchia guardia, pronta a difendere i privilegi accumulati in sedici anni di potere. L’Ungheria, nel giorno di Pasqua, ha scelto di cambiare bandiera: da quella della sfida a quella della (re)integrazione.




