L’Ungheria volta pagina: la sconfitta di Orbán e la svolta di Magyar sulla Cpi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’Ungheria ha chiuso ufficialmente alle spalle sedici anni di governo populista, e l’onda lunga del cambiamento, come spesso accade in queste transizioni, inizia a farsi sentire già prima ancora che il nuovo esecutivo entri in carica. La vittoria schiacciante del partito di centrodestra Tisza, guidato da Péter Magyar, ha consegnato all’ex fedelissimo di Viktor Orbán – dal quale ha preso le distanze in maniera netta – una maggioranza talmente solida da permettergli di governare senza vincoli di coalizione. L’affermazione elettorale, certificata da un’affluenza record, ha spazzato via il Fidesz, relegandolo a un ruolo marginale che l’ormai ex premier ha subito accolto con un gesto di rottura: la rinuncia al seggio parlamentare. “In questo momento non sono necessario in Parlamento”, ha dichiarato Orbán in un video pubblicato sui social, annunciando la sua intenzione di dedicarsi invece alla “riorganizzazione del fronte nazionale” e gettando le basi per una resistenza, seppure indebolita, al nuovo corso.

La marcia indietro sulla Corte penale internazionale

Se la sconfitta elettorale era nell’aria almeno negli ultimi sondaggi pre-voto, è sulle questioni di politica estera e giustizia internazionale che il governo in pectore di Magyar ha già impresso una svolta netta rispetto al passato, intervenendo direttamente su un dossier spinoso che aveva isolato Budapest a livello diplomatico. L’ex amministrazione Orbán, lo si ricorderà, aveva avviato l’iter per l’uscita dell’Ungheria dalla Corte penale internazionale dell’Aia, una reazione rabbiosa al mandato di arresto spiccato per crimini di guerra nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’allora ministro della Difesa Yoav Gallant. Una scelta che appariva coerente con la linea “illiberale” del vecchio governo, ma che il vincitore delle urne ha subito rinnegato. Magyar ha infatti chiarito, nel corso delle prime interlocuzioni con la stampa e con i leader stranieri, che il processo di recesso verrà immediatamente interrotto e che l’Ungheria non solo resterà membro della Corte, ma rispetterà i suoi obblighi.

La precisazione, in apparenza tecnica, assume una valenza politica dirompente se letta in controluce rispetto ai rapporti che Budapest intende intrattenere con Tel Aviv. Lo stesso Magyar, in una delle sue prime interviste, ha invitato Netanyahu a partecipare alle celebrazioni del 23 ottobre per l’anniversario della rivoluzione del 1956; un invito a cui ha immediatamente fatto seguito una specificazione, per evitare equivoci, che suona quasi come un avvertimento formale. “Se un Paese è membro della Corte penale internazionale – ha spiegato il leader del Tisza – e una persona per la quale esiste un mandato di arresto entra nel suo territorio, quella persona deve essere arrestata”. Una frase che, pronunciata a pochi giorni dalla vittoria, ha riallineato Budapest agli standard europei, annullando in un colpo solo l’isolamento giudiziario perseguito da Orbán.

Le implicazioni politiche di un cambio di rotta

La decisione di Magyar sul fronte della Cpi non è isolata ma si inserisce, piuttosto, in un disegno più ampio volto a ricucire lo strappo con Bruxelles e a recuperare la credibilità internazionale perduta durante l’era Orbán. Non a caso, il nuovo premier in pectore ha posto come priorità assoluta lo sblocco dei fondi europei congelati – circa 17 miliardi di euro tra fondi di coesione e Next Generation EU – che l’esecutivo uscente non aveva mai visto a causa delle violazioni sistematiche dello stato di diritto. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in una conversazione telefonica con Magyar, ha già dato ampie garanzie sulla volontà di riprendere il dialogo, a patto che le riforme promesse in materia di indipendenza della magistratura e lotta alla corruzione diventino realtà concrete.

In questo schema, la posizione assunta dall’Ungheria nei confronti del mandato d’arresto per Netanyahu rappresenta un biglietto da visita morale per dimostrare a Bruxelles che l’epoca delle “scorciatoie” autoritarie è finita. Se Orbán, ospitando il leader israeliano pochi mesi fa, aveva calpestato le regole della Cpi sfidando apertamente l’Aia, Magyar sceglie la strada opposta: quella del rigoroso rispetto degli impegni sottoscritti, anche quando ciò potrebbe creare imbarazzi diplomatici con alleati extraeuropei. Una chiara inversione di rotta che, nelle intenzioni del nuovo inquilino del Palazzo, dovrebbe favorire anche il rapido sblocco del prestito da 90 miliardi per l’Ucraina, finora bloccato dai veti ungheresi, e ricollocare Budapest nel nucleo duro delle democrazie occidentali.

Le eredità pesanti del sistema Orbán

Tuttavia, nonostante i proclami e la schiacciante maggioranza parlamentare (due terzi dei seggi, come confermato dai primi exit poll), Magyar si trova a governare su un sistema politico e amministrativo che per oltre un decennio e mezzo è stato plasmato a immagine e somiglianza del suo predecessore. Gli ostacoli, per il nuovo esecutivo, non mancheranno e si annunciano insidiosi: dall’apparato giudiziario, ancora fedele alle nomine Fidesz, alla macchina dei media pubblici, storicamente allineata con Orbán e potenzialmente ostile a una narrazione di svolta. Magyar ne è consapevole, tant’è che tra le prime misure annunciate figura proprio la riforma costituzionale per limitare a due i mandati del premier, una legge che – nelle sue intenzioni – dovrebbe impedire il ripetersi di una concentrazione di potere simile a quella appena conclusasi. La strada per smantellare quella che molti analisti hanno definito una “democrazia illiberale” è in salita, ma la direzione, almeno sulle grandi questioni di principio come il rispetto della Cpi, è già stata tracciata.

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