L’Ungheria volta pagina: Magyar smantella il sistema Orbán tra maggioranza bulgara e sfida ai media di Stato

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   A una settimana esatta da quello che molti analisti, anche a caldo, non hanno esitato a definire un terremoto politico di proporzioni storiche, l’Ungheria si prepara a vivere la fase forse più delicata della sua transizione post-Orbán. La vittoria schiacciante del partito Tisza, guidato da Péter Magyar, non è stata solo un’alternanza: è stato un vero e proprio crollo del sistema di potere concepito e alimentato per sedici anni dal premier uscente. Con un’affluenza record che ha sfiorato la soglia psicologica del 78 per cento – un dato che mancava dai tempi della caduta del Muro nel 1989 – gli elettori ungheresi hanno consegnato a Magyar una maggioranza costituzionale (i famosi due terzi dei seggi) che gli consente, da solo, di riscrivere le regole del gioco. Il margine è talmente ampio, come emerge dagli exit poll e dai primi dati ufficiali, che la vecchia guardia di Fidesz si è trovata spiazzata: persino Viktor Orbán, che pure aveva costruito la sua narrativa sull’invincibilità, ha dovuto inchinarsi di fronte al verdetto delle urne, un gesto che molti interpretano come la fine di un’era più che la sconfitta di un singolo uomo.

Il giorno della verità tra gli scranni del Parlamento

Mentre i riflettori erano ancora puntati sulla conta dei voti, Magyar ha scelto una messa in scena dal forte valore simbolico per iniziare a tracciare il solco con il passato. Venerdì scorso, percorrendo il corridoio del Parlamento prima dei colloqui preparatori con i suoi delegati, ha descritto quel gesto come un “enorme onore”, consapevole che quelle stesse stanze sono state per quasi due decenni il quartier generale del nemico. La sessione inaugurale, fissata per i primi giorni di maggio (tra il 6 e il 7), rappresenterà il primo vero banco di prova per la nuova maggioranza: qui si deciderà non solo la formazione del governo, ma la velocità con cui si intende smantellare l’impianto normativo ereditato dall’era Orbán. Tuttavia, è fuori dall’emiciclo, e precisamente negli studi televisivi, che Magyar ha deciso di giocare la sua prima mossa da vincitore, dimostrando di non voler concedere tregua a quelle che lui stesso definisce le “macchine della propaganda” di Stato.

L’assalto al monopolio dell’informazione

La scelta del palcoscenico per la sua prima intervista pubblica dopo il trionfo è stata, a dir poco, provocatoria. Magyar non ha cercato il comfort di una tv amica, ma ha bussato alla porta della televisione di Stato, quel megafono che per anni lo ha ritratto come una minaccia per la sicurezza nazionale. L’incontro si è trasformato immediatamente in un ring: con una freddezza chirurgica, il premier eletto ha accusato apertamente la direttrice di rete e i giornalisti presenti di aver adottato metodi comunicativi paragonabili a quelli della macchina nazista di Goebbels, scatenando un putiferio in diretta. “Quello che è successo qui dal 2010 è roba che nemmeno la Corea del Nord oserebbe fare”, ha tuonato Magyar, rifiutandosi di accettare le scuse e ribadendo che la disinformazione sistematica ai danni della sua famiglia (in particolare le bugie sul rapporto con i suoi figli minori) non sarebbe rimasta impunita. Il risultato di quella sfida a muso duro è stato l’annuncio choc: la sospensione immediata dei telegiornali pubblici, definiti una “fabbrica di bugie”, in attesa del ripristino di regole di trasparenza e di una nuova legge sui media che restituisca dignità al servizio pubblico.

Le macerie del sistema Orbán e le sfide di governo

Sebbene la folla abbia invaso le piazze per festeggiare la fine del “regime illiberale”, la realtà che attende Magyar è quella di un Paese segnato da profonde spaccature e da un apparato statale che, dopo sedici anni di centralismo, non è abituato a lasciare il passo. La maggioranza schiacciante ottenuta da Tisza (con 138 seggi su 199, secondo le proiezioni più accreditate) rappresenta sì un’arma potentissima, ma anche una responsabilità enorme: l’elettorato, stanco di promesse, chiede fatti immediati, a partire dallo sblocco dei fondi europei congelati a causa delle derive autoritarie del governo precedente. Magyar, ex insider del sistema che ora promette di smantellare, sa bene che il nemico non è solo Orbán, ma un’intera rete di fedelissimi sparsi nella magistratura, nell’esercito e nell’economia. La sua promessa – ribadita anche durante l’acceso faccia a faccia in tv – è quella di agire con la stessa determinazione mostrata in campagna elettorale, dove non ha esitato a paragonarsi a un capitano chiamato a decidere il destino della “squadra”, in una chiara metafora che lascia intendere come i prossimi mesi saranno un susseguirsi di epurazioni e riforme strutturali. Ora che il “miracolo” elettorale è avvenuto, inizia la parte più dura: dimostrare che un’alternativa al populismo autoritario può non solo vincere, ma anche governare.

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