Magyar entra in Parlamento e annuncia lo stop alla macchina del fango di Stato
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Redazione Esteri
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È un corridoio che per sedici anni ha visto sfilare la corte dei fedelissimi di Viktor Orbán, ma venerdì scorso quel passaggio solenne ha restituito un’eco diversa, quasi estranea alle consuete liturgie del potere ungherese. Péter Magyar, il vincitore delle elezioni che hanno spazzato via il sistema del premier uscente, ha percorso quegli stessi spazi in attesa che i delegati del suo partito, il Tisza, iniziassero i colloqui preparatori in vista della sessione inaugurale del Parlamento. “È un enorme onore camminare qui”, si è limitato a dichiarare, con una sobrietà che contrasta nettamente con la resa dei conti che intende portare avanti fuori dall’aula. La data di quella prima storica riunione, lo si apprende da fonti istituzionali, dovrebbe essere fissata per il 6 o il 7 maggio, anche se le trattative tecniche tra i gruppi sembrano orientarsi verso un avvio ufficiale dei lavori nella seconda settimana del mese.
L’assalto al tempio della propaganda: niente più “menzogne” in diretta
Se la transizione del potere a Budapest appare segnata da un rituale istituzionale apparentemente lineare, la vera battaglia – quella per il controllo della narrazione – è già esplosa sugli schermi televisivi. Magyar ha scelto il salotto di quella che definisce la “macchina della propaganda” governativa per lanciare la sua offensiva più dirompente: la sospensione dei notiziari dei media pubblici, accusati di aver funzionato per anni come una cassa di risonanza del partito Fidesz. L’intervista, concessa alla tv di Stato che per oltre un anno e mezzo lo aveva sistematicamente escluso dagli spazi informativi, si è trasformata immediatamente in un ring verbale; il futuro premier, senza peli sulla lingua, ha paragonato i metodi dell’emittente a quelli di “Goebbels” e della “Corea del Nord”, suscitando la reazione indignata ma impacciata della direttrice di rete, che cercava invano di parare i colpi. L’annuncio è stato netto: una volta insediato, il governo Tisza staccherà la spina ai finanziamenti statali che alimentano il servizio pubblico, riducendolo al silenzio fino a quando non verrà riscritta una nuova legge sulla stampa che ne garantisca l’imparzialità, sul modello della BBC.
Un voto epocale tra alti numeri e silenzi giudiziari
È passata quasi una settimana dal voto che ha certificato la fine dell’era Orbán, e i numeri, ormai consolidati, raccontano di una frana senza precedenti. L’affluenza, che ha sfiorato la soglia record del 77%, non si vedeva dalla svolta del 1989, a testimonianza di un desiderio di cambiamento che ha attraversato trasversalmente il Paese, dai quartieri borghesi di Budapest alle roccaforti rurali dell’est. A osservare questo terremoto politico da una posizione privilegiata, quella di chi per tredici anni ha subito le pressioni del regime, è Áron Demeter, responsabile comunicazione di Amnesty International Ungheria: secondo l’attivista, questo voto rappresenta una frattura esistenziale, un’occasione storica per smantellare gli automatismi di un sistema che aveva ormai normalizzato la corruzione e il clientelismo. Tuttavia, mentre Magyar si prepara a governare con la maggioranza dei due terzi conquistata in Parlamento, i dettagli più scottanti relativi alle inchieste sui fondi europei sottratti dalle casse dello Stato restano ancora avvolti in un alone di mistero, in attesa che la nuova maggioranza decida se e come aprire gli archivi della precedente gestione.




