Ungheria, Magyar chiude i media pubblici: “Vogliamo un’informazione imparziale”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   È una delle prime, e più simboliche, mosse del nuovo governo guidato da Peter Magyar, che dopo aver ribaltato il sistema di potere di Viktor Orbán – al timone per sedici anni – ha annunciato l’intenzione di chiudere i media pubblici. “Abbiamo diritto a un sistema pluralista, conforme agli standard della Bbc o anche migliore”, ha dichiarato il premier, il quale ha colto l’occasione per sottolineare l’ironia della situazione che lo vedeva, proprio questa mattina, ospite della tv pubblica. Dopo un anno e mezzo di silenzio imposto, l’emittente statale lo ha invitato a illustrare il programma del suo partito, Tisza; un gesto che Magyar ha definito tipico di una “propaganda che ha il senso dell’umorismo”.

La resa dei conti con la macchina propagandistica

L’annuncio, arrivato a pochi giorni dalla vittoria elettorale che ha consegnato a Magyar una supermaggioranza dei due terzi in Parlamento (almeno 138 seggi su 199), non è soltanto un atto amministrativo, ma rappresenta un vero e proprio atto d’accusa verso la gestione dell’informazione pubblica dell’era Orbán. L’obiettivo dichiarato, infatti, è smantellare quella che viene descritta come una struttura di potere ideologica: i media radiotelevisivi statali, riuniti sotto l’egida della holding MTVA, sono stati accusati di aver operato per anni come megafono del governo uscente, trasmettendo notizie false e unilaterali. Magyar, in un confronto diretto con i giornalisti delle stesse testate che intende riformare, non ha usato mezzi termini, paragonando le modalità comunicative del regime precedente a quelle tipiche delle dittature più chiuse e ricordando come, durante la campagna elettorale, a lui e ai suoi sostenitori fosse stato concesso solo spazio denigratorio, quando non la totale esclusione.

L’ascesa di Tisza e la fine dell’era Orbán

La débâcle di Viktor Orbán, pioniere del modello di “democrazia illiberale” in Occidente, è stata netta e senza appello; la sua Fidesz si è fermata a 55 seggi, spazzata via da un’ondata di malcontento popolare che chiedeva a gran voce un ricambio generazionale e, soprattutto, un ritorno alla trasparenza istituzionale. Se è vero che la stanchezza per un potere così longevo ha giocato un ruolo decisivo, è altrettanto innegabile che la performance economica ungherese, negli ultimi tempi deludente rispetto al passato, abbia accelerato la caduta del vecchio premier. Per Magyar, che in passato è stato a sua volta membro dell’élite di Fidesz prima di fondare il movimento Tisza, la priorità è ora quella di restituire credibilità allo Stato, a cominciare proprio dalla comunicazione pubblica: la sospensione dei notiziari non sarà un atto punitivo fine a se stesso, ma il preludio a una nuova legge sui media e alla creazione di un’autorità indipendente che garantisca professionalità e pluralismo.

La sfida della credibilità e lo standard Bbc

Il riferimento esplicito al modello della Bbc non è casuale: Magyar ha parlato di un sistema “conforme agli standard internazionali o anche migliore”, ponendo l’accento sulla necessità di riconquistare la fiducia dei cittadini attraverso un’informazione obiettiva. La chiusura o la sospensione delle testate pubbliche così come le conosciamo – una mossa che, va detto, sarà resa possibile proprio dalla supermaggioranza di cui Tisza dispone per modificare la Costituzione – mira a interrompere immediatamente il flusso di quella che il premier definisce “propaganda”, per ricostruire da zero un sistema che rispetti i canoni del servizio pubblico. La transizione, tuttavia, non sarà priva di attriti; durante l’intervista rilasciata stamattina al canale M1, la conduttrice ha obiettato che interrompere i notiziari potrebbe configurarsi come una violazione della legge vigente, ricevendo in risposta da Magyar una stoccata secca: “Se mi accusa di violazione di legge, è come se un ladro di negozi chiamasse la polizia”. Un’immagine chiara di come, agli occhi del nuovo esecutivo, l’attuale legislazione in materia sia stata solo una facciata per mascherare anni di parzialità.

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