Magyar spegne i tg di Stato e chiude le porte ai lavoratori extra Ue: l’Ungheria cambia volto, ma non la linea
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Redazione Esteri
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Nemmeno il tempo, per Ursula von der Leyen e i suoi accoliti, di stappare lo champagne e servire le tartine per celebrare la fine dell’Orbanismo; a pochi giorni dalla vittoria elettorale di Péter Magyar, però, la narrazione secondo cui la nuova leadership ungherese sarebbe un docile alleato completamente allineato all’Unione Europea è già andata in frantumi. Il leader del partito Tisza, destinato a diventare il prossimo capo del governo, ha chiarito con crescente nettezza la sua postura su alcuni temi internazionali, mandando segnali che gelano la sinistra nostrana – quella che in lui sperava di trovare una sorta di “liberatore rosso” – e facendo capire che su dossier cruciali, come i fenomeni migratori tanto cari a Bruxelles, non ci sarà alcun arretramento. Anzi, in alcuni casi, l’approccio si preannuncia persino più rigido di quello del “Viktator” sconfitto.
La stretta sui confini e lo stop ai lavoratori extra Ue
Magyar ha annunciato una decisione che rischia di far tremare le poltrone di Bruxelles: a partire dal prossimo primo giugno, l’Ungheria interromperà il rilascio di nuovi permessi di lavoro per i cittadini extracomunitari. Una mossa, questa, che va ben oltre la semplice retorica anti-immigrazione, colpendo direttamente quelle politiche di importazione di manodopera a basso costo che il precedente esecutivo aveva favorito per tamponare le carenze del mercato del lavoro. Lui, Magyar, ha definito quell’approccio un errore madornale, sostenendo che importare forza lavoro “sottocosto o non qualificata” rischi di compromettere l’identità demografica del Paese. Al posto dei flussi migratori, il leader di Tisza punta tutto su un’altra strategia: incentivare la natalità attraverso politiche familiari incisive e, soprattutto, favorire il rimpatrio degli ungheresi emigrati all’estero, offrendo loro condizioni di lavoro dignitose e terre da coltivare. Se a questo aggiungiamo il rifiuto categorico di applicare il nuovo Patto per l’Asyl e le Migrazioni dell’Ue (che Magyar ha ribadito con forza di non voler accettare) e la volontà di mantenere il muro di confine con la Serbia, ne esce il ritratto di un sovranista convinto, più simile a Orbán di quanto molti a sinistra volessero ammettere.
La resa dei conti in diretta: lo spegnimento della propaganda di Stato
Non solo confini, però. Magyar ha scelto un altro bersaglio, altrettanto simbolico, per il suo inizio mandato: l’informazione di Stato. In un’intervista tesa – la prima concessa alla tv pubblica dopo un lungo blackout mediatico di quasi due anni – il premier designato ha annunciato che uno dei suoi primi atti sarà spegnere i telegiornali statali. Un’accusa pesantissima, quella che ha riversato contro l’apparato mediatico eretto da Orbán: l’ha paragonato alla propaganda della Corea del Nord o della Germania nazista, definendolo una “macchina delle menzogne” che ha avvelenato le anime degli ungheresi spargendo paura e istigando alla guerra. Lui, Magyar, ha giurato che non si tratta di vendetta personale – nonostante per anni i media pubblici lo abbiano insultato insieme alla sua famiglia – ma di una necessaria “disintossicazione”. L’obiettivo dichiarato è sospendere i notiziari propagandistici per rifondare il servizio pubblico sul modello della Bbc, in attesa di una nuova legge sulla stampa e di un’autorità di garanzia indipendente che restituisca ai cittadini il diritto a conoscere la realtà. Una sfida titanica, considerando che Fidesz controlla ancora gran parte del mercato mediatico nazionale e che l’attuale assetto istituzionale è presidiato da uomini vicini al vecchio regime.
Il paradosso Bruxelles-Budapest: soldi e sovranità
Il paradosso per Von der Leyen è evidente e potenzialmente imbarazzante. Da un lato, Magyar si presenta come un interlocutore più dialogante: ha già avviato contatti informali con la Commissione per sbloccare i circa 17 miliardi di euro di fondi Ue congelati a causa delle carenze nello Stato di diritto. Il capo di gabinetto della stessa Von der Leyen, Björn Seibert, è volato a Budapest per gettare le basi della collaborazione, mentre la presidente ha parlato di “Ungheria tornata nel cuore dell’Europa”. Dall’altro lato, però, il nuovo inquilino della Sándor-palota non intende cedere di un millimetro sulla sovranità nazionale: difenderà i confini con le unghie, bloccherà i lavoratori extra Ue e rifiuterà i meccanismi di ricollocazione obbligatoria. Non c’è più Orbán, insomma, il politico “esterno” facilmente isolabile e demonizzabile; al suo posto c’è un leader che parla il linguaggio della cooperazione per prendere i soldi, ma che sulle politiche identitarie e migratorie si muove su un crinale di ferro. Per la sinistra italiana che inneggiava alla caduta del regime, e in particolare per Schlein e Fratoianni, la doccia fredda è servita: l’alleato sognato si sta rivelando tutt’altro che un compagno di strada.




