Magyar punge i media pubblici e promette lo stop ai finanziamenti: “E’ una macchina di propaganda”
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Redazione Esteri
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L’Ungheria aspetta ancora l’insediamento formale del nuovo governo guidato da Péter Magyar, atteso per metà maggio -1, ma il leader del partito Tisza – forte del seggio elettorale che ha spazzato via sedici anni di governo Fidesz – ha già cominciato a dettare l’agenda politica, e l’ha fatto puntando il dito contro uno dei pilastri più controversi dell’era Orbán: l’informazione pubblica.
Con una mossa che, se da un lato risponde alla necessità di smantellare il sistema di potere ereditato, dall’altro rischia di apparire come un atto di forza preventivo, Magyar ha annunciato la sospensione dei servizi di notizie dei media statali. “Dopo la formazione del governo Tisza”, ha dichiarato il futuro premier nel corso di un’intervista andata in onda proprio sulle frequenze che intende mettere a tacere, “sospenderemo i servizi di notizie dei media pubblici, finché non verrà ripristinato il loro carattere di servizio pubblico”. Un annuncio, questo, che equivale a un vero e proprio congelamento dei finanziamenti pubblici, destinati a quelle testate che Magyar non esita a definire una “macchina di propaganda” ormai agli ultimi giorni di grazia.
Una sfida allo “stato di diritto” in nome dei fondi Ue
La tempistica di questa offensiva appare quantomeno delicata, se solo si considera che la priorità assoluta dichiarata dal nuovo esecutivo – non appena prenderà ufficialmente possesso dei propri uffici – è quella di sbloccare i circa 18 miliardi di euro di fondi europei congelati da Bruxelles. Tali risorse, che includono sia i fondi di coesione sia i prestiti del Recovery Fund, erano stati bloccati proprio a causa delle sistematiche violazioni dello Stato di diritto e della cattiva gestione della giustizia messe in atto dal governo uscente.
L’ironia della situazione – o forse la contraddizione – sta nel fatto che la contesa tra Bruxelles e Budapest, sotto la gestione Orbán, riguardava proprio l’ingerenza del potere politico nell’informazione e l’uso distorto della pubblicità istituzionale per premiare i media fedeli. Se Magyar si presenta come il campione del ritorno alla democrazia liberale, la sua prima iniziativa nel campo della stampa – un’intimidazione preventiva nei confronti delle emittenti radiotelevisive – rischia di essere letta come un’eredità scomoda del metodo di governo che dice di voler abbattere.
Le pressioni sul presidente e la corsa contro il tempo della transizione
A confermare la frenesia che anima il quartier generale del partito Tisza è anche la convocazione lampo del presidente della Repubblica, Tamas Sulyok. Quest’ultimo, incontrando Magyar nella sede della Presidenza, ha già preso atto dell’esito “univoco” delle urne, promettendo di affidargli l’incarico di formare il prossimo governo subito dopo la seduta inaugurale del nuovo Parlamento, prevista per i primi giorni di maggio.
Il neoeletto, tuttavia, non si è accontentato della semplice presa d’atto istituzionale. Sfruttando l’onda lunga del consenso popolare (la folla in delirio lungo il Danubio scandiva «Ria-ria Hungaria!»), Magyar ha chiesto a gran voce le dimissioni del capo dello Stato, bollato come un semplice “burattino” del vecchio regime. Una richiesta, quella delle dimissioni presidenziali, che mira a completare l’opera di epurazione delle cariche istituzionali prima ancora che la nuova legislatura abbia ufficialmente inizio.
La complessa eredità di Orbán e l’azzardo della comunicazione
Sul piatto, per Magyar, non c’è solo la riforma dei media. Il futuro premier sa bene che per riavere la fiducia dei mercati e dei partner europei dovrà dimostrare di saper gestire la transizione senza scivolamenti autoritari. Tuttavia, la decisione di usare la clava finanziaria contro l’informazione – anche se giustificata dall’urgenza di “de-orbanizzare” il Paese – appare come un’arma a doppio taglio.
Se da un lato è innegabile che i media pubblici ungheresi abbiano funto da megafono per la propaganda del governo dimissionario, dall’altro l’atteggiamento del nuovo inquilino della carica di premier rischia di alimentare il sospetto che, in Ungheria, la partita della libertà di stampa sia ancora troppo spesso decisa a colpi di decreti e minacce di chiusura, piuttosto che da una riforma strutturale e condivisa.




