Magyar alla tv di Stato: “Fabbrica di bugie”. E annuncia la chiusura del canale

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nell’attesa del giuramento, previsto per il 9 o 10 maggio, il vincitore delle elezioni ungheresi – Peter Magyar – ha scelto il campo più ostile per la sua prima mossa da vincitore. Il palcoscenico è quello della tv di Stato M1, storicamente trasformata da Viktor Orbán in un megafono del potere, dove il leader del partito Tisza si è presentato con un chiaro intento: chiudere i conti. “Quello che è successo qui dal 2010 – ha dichiarato Magyar nel corso di una trasmissione andata in onda mercoledì – farebbe applaudire persino Goebbels o un dittatore nordcoreano”. Un’accusa pesantissima, che non lascia spazio a fraintendimenti, rivolta a un sistema mediatico che lui stesso definisce una “fabbrica di bugie”. In un anno e mezzo di campagna elettorale, come ha sottolineato il diretto interessato, non gli era mai stato concesso un invito in quello stesso studio; un silenzio che ora, a urne chiuse, si è infranto in una diretta tesissima e ricca di tensione.

L’intervista, che ha visto il futuro premier seduto di fronte alla direttrice delle news Beata Csete, si è trasformata immediatamente in un regolamento di conti. “Mi avete insultato mattina, pomeriggio e sera – ha tuonato Magyar, riferendosi alle fake news diffuse contro di lui e la sua famiglia, inclusa la falsa notizia secondo cui i suoi figli minorenni non gli avrebbero parlato dopo il divorzio – e ora questa fabbrica di propaganda deve cessare di esistere”. L’annuncio, arrivato a telecamere accese, è stato netto: una delle prime azioni del nuovo governo sarà la sospensione delle news dei media pubblici. La conditio sine qua non per la riapertura sarà la creazione di “condizioni indipendenti, obiettive e imparziali”, lontane dal controllo politico che ha caratterizzato l’era di Orbán. La direttrice, dal canto suo, ha tentato una debole controffensiva, insinuando che un’interruzione del servizio pubblico sarebbe illegale secondo l’attuale quadro normativo. Magyar, senza scomporsi, ha replicato con un paragone fulminante: sentire accuse di illegalità da chi gestisce quella che lui considera una “macchina della menzogna” è come vedere un taccheggiatore che urta al poliziotto di non rubare.

La resa dei conti e le scosse nell’emittente pubblica

Non si è trattato solo di un attacco verbale. L’effetto delle parole di Magyar ha prodotto una scossa immediata all’interno degli stessi palazzi del potere mediatico. Nei giorni immediatamente successivi alla vittoria elettorale – che ha visto la débâcle di Viktor Orbán dopo sedici anni di governo – i dipendenti dell’agenzia di stampa nazionale MTI, che opera sotto l’egida della tv pubblica, hanno dato vita a una sorta di “rivolta contadina”. Circa novanta lavoratori hanno firmato un documento per chiedere la fine del controllo esercitato dai fedelissimi di Fidesz, a partire dal direttore dell’informazione Zsolt Németh, soprannominato il “pitbull” per la sua ferocia nel gestire la linea editoriale. La richiesta, oltre alla depurazione dei vertici, è quella di un servizio di informazione finalmente svincolato dal ricatto politico. Magyar, nel suo intervento, ha rincarato la dose fornendo numeri: secondo le sue stime, il governo uscente spendeva circa 600 miliardi di fiorini (1,5 miliardi di franchi) all’anno per alimentare questa macchina propagandistica, soldi che sarebbero mancati drammaticamente alla sanità, causando decine di migliaia di morti evitabili.

Parallelamente allo scontro mediatico, gli attivisti della comunità lgbtqia+ osservano con attenzione queste prime mosse, trattenendo il respiro. Per anni – lo ricordano i fatti – Orbán ha cancellato i diritti civili attraverso una serie di leggi liberticide: dal divieto di riconoscimento legale per le persone trans (maggio 2020) alla stretta sulla “promozione” dell’omosessualità per i minori, fino al bando delle manifestazioni del Pride nel 2025. La domanda che aleggia tra gli attivisti è se Magyar, che durante la campagna ha abilmente evitato temi divisivi come questo per non alienarsi il voto conservatore, si trasformerà nel “liberatore rosso” che la sinistra nostrana sperava. Per ora, dai palchi e dalle interviste, il leader di Tisza si è limitato a dichiarazioni generiche di rassicurazione (“L’Ungheria del futuro è un paese in cui tutti si sentono al sicuro, non importa chi amino”), ma l’ambiguità di fondo rimane. Non a caso, fonti vicine al mondo associativo sottolineano come, durante la campagna, molti membri del suo partito abbiano partecipato al Pride in incognito, senza mai esporre simboli ufficiali.

Identità, economia e il gelo con Mosca

A raffreddare gli entusiasmi di chi sperava in una svolta progressista radicale, però, ci sono le prime indicazioni di politica estera ed economica. Magyar ha già chiarito che su alcuni fronti non ci sarà alcuna “apertura a sinistra”. Sul tema migranti, ad esempio, ha annunciato una linea durissima, forse anche più intransigente di quella del suo predecessore, promettendo di non accettare quote di ricollocazione e di mantenere le barriere alla frontiera. Ma il vero banco di prova è il rapporto con Mosca e l’economia. Sebbene Magyar abbia parlato di diversificazione energetica per uscire dalla morsa del gas russo, il suo programma economico guarda al modello polacco di Donald Tusk: addio alle mega-fabbriche di batterie asiatiche (simbolo della vecchia gestione Orbán) e spazio al sostegno delle piccole e medie imprese locali. Un approccio che, se da un lato piace all’Europa, dall’altro gela le ali più a sinistra del panorama politico italiano (Schlein e Fratoianni in primis), le quali avevano sognato in Magyar una sorta di paladino dei diritti senza se e senza ma.

Resta quindi l’attesa per il giuramento del 9 o 10 maggio, quando le parole dovranno trasformarsi in atti. Magyar ha promesso azioni legali per chiudere la “fabbrica di bugie” e ha chiesto le dimissioni del presidente Tamás Sulyok, ritenuto un burattino di Orbán. La comunità lgbtqia+, intanto, ascolta. La speranza c’è, ma è ancora avvolta in una nebbia fitta di incertezze. Quella che si prospetta è una fase di profondo riassetto istituzionale, dove lo smantellamento della macchina propagandistica di Fidesz rappresenta solo il primo, duro, capitolo di una transizione che si preannuncia complessa.

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