Ungheria, il nuovo premier Magyar: “Chiudiamo i media pubblici, vogliamo un’informazione imparziale”
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Redazione Esteri
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Budapest. La lunga era di Viktor Orbán, il leader che per sedici anni ha rimodellato il paese secondo il modello della “democrazia illiberale”, si è chiusa non con un colpo di stato ma con una sconfitta elettorale netta, tanto annunciata dagli analisti negli ultimi mesi quanto sorprendente nella sua portata numerica. L’uomo che per oltre un decennio ha rappresentato l’incubo dei funzionari europei a Bruxelles, capace di piantare veti su ogni decisione cruciale relativa ai fondi e alle politiche comuni, è stato spazzato via dal voto popolare che ha consegnato le chiavi del paese a Péter Magyar e al suo partito Tisza. La nuova compagine, forte di una supermaggioranza dei due terzi (almeno 138 seggi su 199), ha già chiarito quali saranno i primi bersagli della sua azione di smantellamento dell’eredità orbaniana. Tra questi, spicca la decisione, tanto radicale quanto simbolica, di chiudere i media pubblici, accusati di essere stati per anni niente più che un megafono della propaganda governativa.
La resa dei conti con l’apparato propagandistico
La mossa del premier designato non è un semplice annuncio retorico, bensì un atto concreto che mira a interrompere quello che Magyar definisce “il flusso tossico di disinformazione”. Durante una delle sue prime apparizioni – ironicamente concessegli proprio dalla tv pubblica dopo un anno e mezzo di esilio forzato dagli schermi – il leader di Tisza ha spiegato che la sospensione dei telegiornali e dei programmi informativi della radio di stato sarà effettiva finché non verranno ristabilite condizioni di indipendenza e imparzialità. “Abbiamo diritto a un sistema pluralista, conforme agli standard della Bbc o anche migliore”, ha dichiarato Magyar, sottolineando con amara ironia come l’invito a illustrare il programma ricevuto proprio da quelle redazioni fosse la prova lampante di quanto la situazione fosse grottesca. I media statali, un tempo strumento nelle mani di Orbán e dei suoi alleati imprenditoriali (si pensi alla concentrazione delle testate sotto la Kesma), hanno operato per anni come una sorta di scudo informativo, delegittimando l’opposizione e diffondendo notizie false, come quelle relative a presunte stangate fiscali pianificate dalla sfidante Tisza. Durante l’intervista, alla moderatrice che obiettava sulla presunta illegalità dell’interruzione del servizio pubblico, Magyar ha ribattuto con una metafora efficace: “Se mi accusa di violare la legge, è come se un ladro in un negozio chiamasse la polizia”.
La caduta dell’“Uomo Nero” e i retroscena della campagna
La sconfitta di Viktor Orbán, definito da molti osservatori l’“Uomo Nero” della politica europea per la sua capacità di erodere i contrappesi democratici mantenendo una facciata di legittimità elettorale, ha assunto i contorni di un terremoto geopolito. Nonostante avesse trasformato l’Ungheria in quella che gli scienziati politici definiscono un’“autocrazia competitiva” (dove le elezioni si vincono grazie al controllo delle risorse e dell’informazione), Orbán non ha potuto nulla contro la mobilitazione popolare e un’alleanza di circostanza tra forze europeiste e conservatori moderati. La campagna elettorale, va ricordato, è stata influenzata anche da fattori esterni: l’arrivo in Ungheria del vicepresidente americano (in carica nell’amministrazione Trump) nei giorni del voto, con un endorsement esplicito a favore del vecchio premier, si è rivelato un boomerang. Se da un lato Mosca ha perso un alleato fedele, dall’altro il sostegno di Washington ha finito per associare Orbán a una figura ormai familiare – Donald Trump, presidente degli Stati Uniti da più di un anno – ma la cui ombra, nell’immaginario di molti elettori ungheresi legati all’Europa, non ha portato i frutti sperati.
Obiettivi e prospettive di un cambiamento strutturale
La volontà di chiudere i media di stato non è fine a se stessa, ma si inserisce in un piano più ampio di “pulizia istituzionale” che Magyar intende portare avanti grazie alla maggioranza qualificata. Il problema giuridico, sollevato dai giornalisti dell’M1 durante l’intervista, esiste: l’attuale legge sui media ha rango costituzionale, essendo stata voluta da Orbán nel 2010. Tuttavia, con 138 seggi, Tisza ha i numeri per modificare la Carta, e lo farà per ridefinire il ruolo del servizio pubblico. L’obiettivo dichiarato è quello di svuotare le redazioni dai fedelissimi del vecchio regime e di ricostruire un’informazione obiettiva, magari ricalcando il modello anglosassone. Nei prossimi giorni, Magyar incontrerà il presidente della repubblica per ricevere l’incarico di formare il governo, con l’insediamento previsto entro metà maggio. L’attenzione degli ungheresi, stanchi di anni di propaganda martellante, è tutta concentrata su come verrà gestito questo delicato passaggio: la disattivazione della macchina del consenso orbaniana, che per anni ha ingoiato risorse pubbliche indirizzando la pubblicità verso i media amici, è solo il primo passo di una riconquista che si preannuncia lunga e complessa.




