Budapest, la rivoluzione rock dei 150mila giovani che chiude l’era Orban: «Domani voteremo per la libertà»
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Redazione Esteri
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L’Ungheria, un Paese che negli ultimi sedici anni aveva imparato a convivere con la pragmatica pesantezza del sistema Orban, si è risvegliata in una vigilia elettorale dal sapore inedito. A scaldare il vento freddo di questa primavera mitteleuropea non sono stati i consueti comizi di piazza, né le roboanti dichiarazioni dei leader, bensì la musica. Oltre 150mila giovani, un fiume umano compatto capace di tracimare da Piazza degli Eroi fino a invadere i viali Andrássy, hanno trasformato il centro di Budapest in un immenso palcoscenico rock per dire “addio” a un’era politica. L’evento, un maxi-concerto dalla durata di sette ore che ha visto alternarsi oltre quaranta artisti tra i più amati del panorama nazionale, è stato il colpo di coda perfetto di una campagna elettorale che si preannunciava spaccata e che si concluderà domani, domenica 12 aprile, con un voto dal respiro quasi plebiscitario.
L’atmosfera, a giudicare dai racconti di chi era presente, restituiva l’immagine di una generazione che ha finalmente rotto gli indugi. Quei ragazzi, quelli della cosiddetta Generazione Z, hanno sfilato con le bandiere tricolori ungheresi cucite sulle felpe larghe, intonando cori che fino a poco tempo fa sarebbero sembrati un azzardo: «Mocskos Fidesz» (sporco Fidesz) o slogan come «Criminali fuori», mentre sul palco si susseguivano le hit di Beton Hofi, Azahriah e gli Elefant. C’è chi, come Akos, un ragazzo di 22 anni al suo secondo voto, ha confessato ai cronisti presenti che «la paura di essere contro il governo è sparita», un’ammissione che fotografa meglio di qualsiasi dato statistico il mutamento del clima politico.
Se il dissenso si è fatto piazza e musica, la posta in gioco resta altissima e lo dimostra il nervosismo dell’ultim’ora. Da un lato, infatti, c’è questa marea di elettori (si parla di un milione e mezzo di under 29, pari a oltre il 12% del elettorale) che chiede a gran voce lo “smantellamento del regime” e che sembra aver trovato in Péter Magyar, leader del partito Tisza, il suo interprete politico. Dall’altro, il premier uscente Viktor Orbán gioca il tutto per tutto, cercando di mobilitare la sua storica base con l’arma della sovranità e il sostegno pesante degli alleati internazionali. E se i sondaggi degli ultimi giorni consegnano a Magyar un vantaggio oscillante tra i 7 e gli 11 punti percentuali (con Tisza dato tra il 38% e il 41% e Fidesz fermo al 30-34%), il margine di errore e l’alta quota di indecisi (intorno al 18%) tengono ancora in bilico l’ago della bilancia.
L’abbraccio (a distanza) di Trump e l’incognita della vigilia
Nel tentativo di arginare l’emorragia di consensi, il premier uscente ha tirato fuori dal cilindro la sua carta più preziosa: il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. A poche ore dal voto, infatti, la piattaforma Truth Social è stata utilizzata dal leader americano per un endorsement a dir poco esplicito. «Andate a votare Viktor Orbán», ha scritto Trump, definendolo un «vero amico, combattente e VINCITORE», offrendo inoltre l’appoggio economico degli States qualora Budapest ne avesse bisogno per rilanciare la propria economia sotto la sua leadership. Una mossa, quella del tycoon, che non è passata inosservata e che rientra in quella rete di alleanze personalistiche che ha contraddistinto il rapporto tra i due leader, rafforzata ulteriormente dalla recente visita a Budapest del vicepresidente JD Vance.
Sul fronte opposto, Magyar non si è lasciato intimorire. Anzi, ha raccolto l’entusiasmo della piazza, rispondendo a tono e ribadendo la necessità di «riportare l’Ungheria al centro dell’Europa». Il suo messaggio, veicolato anche durante il maxi-concerto dove i giovani scandivano «Sappiamo di appartenere all’Europa», è diretto e senza sconti: l’obiettivo non è solo vincere le elezioni, ma ricostruire la separazione dei poteri e cancellare quella corruzione sistemica che, secondo l’opposizione, ha tenuto in ostaggio il Paese per un decennio e mezzo.
Sülysáp e il conto alla rovescia verso le urne
Mentre Budapest cantava, la campagna elettorale si giocava anche negli angoli più remoti del Paese. A Sülysáp, un piccolo centro alle porte della capitale immortalato dall’agenzia Italpress, la scena era quella di un’America rurale in miniatura: un pick-up trasformato in palco, volontari con pettorine bianche che distribuivano cartelli con la scritta “Ora o mai più”, e centinaia di cittadini stretti intorno a Magyar. Qui, lontano dai decibel del concerto, si è respirata la concretezza di chi chiede un cambiamento radicale nella gestione della cosa pubblica. La tensione è palpabile, e le parole di Adam, un giovane intervistato a Budapest, risuonano come un presagio: «Se vince ancora Orban, penso che valuterò l’idea di andarmene».
Domani, domenica, gli 8 milioni di aventi diritto sono chiamati a rinnovare i 199 seggi del Parlamento. Che si tratti della conferma di Orban o della tanto attesa “spallata” delle nuove generazioni, il Paese si appresta a varcare una soglia decisiva. La musica, intanto, ha smesso di suonare, ma la sua eco risuonerà forte dentro le cabine elettorali.




