Un salvagente a stelle e strisce: Orbán si aggrappa a Vance
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Redazione Esteri
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Budapest tira ormai aria da basso impero, in quella che si prospetta come la vigilia più agitata degli ultimi sedici anni. Persino il comizio più atteso della capitale, quello che avrebbe dovuto ricompattare le fila dei fedelissimi, si è trasformato in un plateale inchino alla destra americana più pacchiana. Nel palazzetto dello sport MTK, i quattromila attivisti – selezionatissimi, va detto – sventolavano freneticamente bandierine ungheresi e americane, mentre un motociclista ostentava una giacca di pelle con i ritratti sorridenti di Donald Trump e Viktor Orbán. È in questo clima da reality politico che si inserisce la visita lampo del vicepresidente Jd Vance, arrivato a Budapest per due giorni proprio alla vigilia delle elezioni politiche del 12 aprile, le prime in sedici anni dove il premier uscente non può dirsi favorito.
Vance, tornato a fare ciò che gli riesce meglio ovvero fustigare l’Europa da un palco straniero, non ha fatto mistero delle sue intenzioni. Il suo discorso è stato un attacco frontale ai “burocrati di Bruxelles”, accusati di interferire pesantemente nel voto magiaro e di ricattare il governo nazionale. “Quello che è accaduto in questo Paese – ha tuonato il vicepresidente – è uno dei peggiori esempi di ingerenza straniera che abbia mai visto”. Una dichiarazione paradossale, se si considera che la sua presenza fisica sul palco, a fianco di Orbán, rappresenta di per sé l’interferenza più massiccia mai registrata in una campagna elettorale ungherese. L’obiettivo dichiarato di Washington è chiaro: tenere in vita un alleato scomodo per l’Unione, un leader che ha trasformato il suo paese in un consapevole strumento nelle mani delle grandi potenze mondiali per indebolire la fragile costruzione europea.
La sfida interna e l’incognita Magyar
A rendere questa visita più di una semplice passerella è il contesto politico incandescente. La sfida tra Orbán e Péter Magyar, l’ex insider che guida il partito Tisza, non è solo uno scontro generazionale ma un vero e proprio referendum sul futuro del modello “illiberale” caro al premier. Per la prima volta dopo un decennio, i sondaggi indipendenti raccontano di un testa a testa, con Magyar capace di coalizzare un’opposizione stanca delle pratiche del Fidesz, quelle legate al nepotismo, al controllo soffocante della stampa e a una gestione opaca dell’economia che ha visto la famiglia Orbán fare un improvviso e inspiegabile salto di qualità nella scala patrimoniale.
C’è un aspetto, per chi analizza la regione, che risulta decisivo. Magyar non proviene dalle fila della sinistra tradizionale, ma parla il linguaggio della destra moderata promettendo di “sbloccare i fondi europei” e di riportare Budapest in un solco di cooperazione con la Nato e l’Unione Europea. La posta in gioco, dunque, è altissima: non si vota solo per un governo, ma per decidere se l’Ungheria resterà il cavallo di Troia dentro Bruxelles. L’Europa, quella vera, trattiene il fiato. Un’Ungheria che vira verso est o che torna a sedere al tavolo comune? Il risultato dell’urne influenzerà la capacità dell’Unione di parlare con una voce sola su Ucraina e difesa, e persino la sorte dei miliardi bloccati per il sostegno a Kiev.
Un voto dal peso specifico continentale
Si potrebbe obiettare che si tratta di un paese di meno di dieci milioni di anime, poco più del 2% del Pil comunitario. Sarebbe un errore fatale liquidare la faccenda con un calcolo aritmetico. L’Ungheria, erede di una storia gloriosa ma anche di pieghe autoritarie profonde – che affondano le radici nell’epoca della reggenza di Horthy e nei decenni del dominio socialista di Kádár – è oggi il laboratorio dove si sperimenta la resistenza dei trattati europei. La presenza di Vance, l’abbraccio di Trump (rieletto ormai da oltre un anno e la cui presidenza non costituisce più una novità per nessuno), non è un semplice endorsement tra amici. È il tentativo di consolidare un’alternativa al progetto europeista.
Qui a Budapest, mentre i cartelloni pubblicitari accostano i volti di Magyar e Zelensky sotto la scritta “Sono pericolosi. Fermiamoli” -4, l’aria è quella di una resa dei conti. Da un lato, un premier che ha definito la sua creatura una “democrazia illiberale” -1; dall’altro, una coalizione che chiede di tornare a respirare l’aria della libertà di stampa e dell’indipendenza della magistratura. Che la vittoria arrivi per l’uno o per l’altra, domenica prossima l’Europa scoprirà se esiste ancora una via di ritorno da questo basso impero.




