L’oppositore di Orbán a Vance: «Il nostro destino non si decide a Washington»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   A Budapest, a pochi giorni dalle elezioni parlamentari che si terranno domenica 12 aprile, si gioca una partita decisiva per il futuro politico ungherese, eppure – come spesso accade quando in ballo c’è Viktor Orbán – il tabellino di gioco si arricchisce di pedine internazionali. L’ultima, in ordine di tempo, è quella di J.D. Vance, vicepresidente degli Stati Uniti, arrivato nella capitale magiara per sostenere apertamente il premier uscente, con il quale Donald Trump – da oltre un anno nuovamente alla Casa Bianca – ha costruito un’alleanza che va ben oltre la comune appartenenza al campo conservatore. A fare da contraltare a questa ingerenza (perché di questo si tratta, a giudicare dalla replica che ne è seguita) è Péter Magyar, avvocato, politico e attivista, oggi considerato l’avversario più temibile per Orbán. La sua risposta, affidata a un post su Instagram, è secca: nessuno, tantomeno Washington, deciderà il destino dell’Ungheria. Lo faranno, semmai, gli ungheresi con il loro voto.

L’abbraccio tra Budapest e il Maga, un ecosistema culturale prima che politico

La visita di Vance, a ben vedere, non ha nulla di improvvisato. Si inserisce in un lavoro di tessitura profonda che da anni lega il mondo conservatore magiaro a quello statunitense, un intreccio di think tank, fondazioni culturali e circoli intellettuali di destra che hanno fatto di Budapest una sorta di “capitale europea del Maga” (il movimento “Make America Great Again”). Sarebbe riduttivo, in questo senso, liquidare il rapporto tra Orbán e Trump come una semplice affinità ideologica tra due leader: alla base c’è un vero e proprio ecosistema, alimentato da scambi accademici, riviste, conferenze e una narrazione condivisa che dipinge l’Ungheria come avamposto di una sovranità illiberale. Vance, in questo quadro, non è un semplice inviato: è un amico che fa campagna per l’amico, consapevole che una riconferma di Orbán consoliderebbe l’asse con Washington in funzione anti-Bruxelles.

Il ping pong con l’Ue e l’aspro faccia a faccia verbale

Non sono mancate, durante la visita, scintille di natura diversa. Vance ha attaccato frontalmente l’Unione europea, accusata – in un acceso scambio definito da più parti “da tribuna politica” – di ingerenze e ipocrisie varie; dall’altra parte, i vertici comunitari hanno risposto in modo piccato, difendendo le istituzioni e rigettando le critiche. Una tensione che, però, lascia il tempo che trova: l’obiettivo reale del vicepresidente era mandare un segnale chiaro agli elettori ungheresi, assicurando loro che il sostegno americano a Orbán è incondizionato. «Con lui fino in fondo», è stato il messaggio implicito. Magyar, dal canto suo, ha intercettato questa mossa e l’ha ribaltata, trasformando l’intervento straniero in un’arma a proprio favore: chi vuole davvero l’indipendenza del paese, ha fatto intendere, non può accettare che il proprio futuro venga negoziato oltreoceano.

Quel patto con Mosca emerso dai documenti di Politico

A complicare ulteriormente il quadro – e a dare forza indiretta alle parole di Magyar – è arrivata, a ridosso del voto, una rivelazione destinata a pesare. Documenti del governo russo, ottenuti e pubblicati da Politico, hanno mostrato che Ungheria e Russia hanno siglato un accordo di cooperazione in dodici punti, volto a rafforzare i legami economici, energetici e culturali. Secondo i testi, i ministri ungherese degli Esteri e russo della Salute (rispettivamente Peter Szijjarto e Mikhail Murashko) hanno firmato il piano lo scorso dicembre a Mosca, nel corso della sedicesima riunione della commissione intergovernativa russo-ungherese per la cooperazione economica. Un’intesa che, sebbene presentata come ordinaria amministrazione, riaccende i riflettori sulla doppia lealtà di Orbán: fedele all’alleanza con Trump, ma al contempo capace di coltivare rapporti privilegiati con il Cremlino, nonostante le sanzioni europee e la guerra in Ucraina. Magyar, forte di queste crepe, ha già incassato un vantaggio nei sondaggi – molti dei quali lo danno avanti – e continua a ripetere che l’unica bussola per il paese deve essere la volontà popolare, non le convenienze geopolitiche di palazzo.

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