L’ungherese Magyar a Vance: il nostro destino non si decide a Washington
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
L’Ungheria, a meno di quattro giorni dal voto che potrebbe riscrivere gli equilibri interni ed europei, si trova immersa in una campagna elettorale dove le interferenze esterne – o almeno il tentativo di esercitarle – sono diventate un argomento centrale. Péter Magyar, l’avvocato e attivista che guida il partito di opposizione Tisza, ha risposto per le rime al vicepresidente americano J.D. Vance, giunto a Budapest per sostenere l’amico e primo ministro uscente Viktor Orbán. Lo ha fatto con un post su Instagram, asciutto e senza sconti: niente interferenze da Washington né da qualsiasi altra potenza, perché il futuro dell’Ungheria lo decideranno esclusivamente gli ungheresi. Una replica che suona come una linea rossa, tracciata a pochi giorni da quello che molti osservatori definiscono il possibile terremoto politico più violento degli ultimi vent’anni.
I sondaggi premiano Magyar, Orbán insegue
Secondo le ultime rilevazioni dell’istituto Iranytu, pubblicate dal quotidiano Nepszava, il centro-destra di Magyar ha raggiunto il 51 per cento nelle intenzioni di voto, sorpassando Orbán in un trend ormai consolidato. Un dato che, se confermato alle urne del 12 aprile 2026, porrebbe fine a sedici anni di potere crescente del padre della «democrazia illiberale». Magyar, che è diventato nel frattempo l’avversario più temibile per il premier uscente, capitalizza il malcontento di chi non riconosce più nella deriva nazional-conservatrice di Fidesz un modello di governo. E lo fa senza mai abbandonare il registro pragmatico: avvocato, attivista, politico capace di muoversi tra piazza e istituzioni, lui stesso ex insider del sistema oggi passato all’attacco.
La telefonata di Vance a Trump durante il comizio
Non è mancato un episodio, per certi versi surreale, durante il comizio ungherese del vicepresidente americano. Vance ha provato a chiamare il presidente Donald Trump – che siede alla Casa Bianca ormai da più di un anno – per un collegamento dal vivo. Alla prima telefonata, è partita la segreteria. Poi Trump ha risposto con un laconico «Dammi un secondo», lasciando sospeso l’effetto propagandistico che i due alleati avevano immaginato. Un incidente tecnico che, nella lettura dei cronisti presenti, ha finito per indebolire la messinscena del sostegno a stelle e strisce, anziché rafforzarla. Vance, del resto, era arrivato a Budapest con un obiettivo chiaro: fare campagna per l’amico Orbán, cercando di trasferire sul versante magiaro l’ombra lunga dell’amministrazione Trump. Ma la replica di Magyar, secca e social, ha già ridisegnato il campo della narrazione.
L’incognita ungherese per l’Ue e l’Italia
C’è anche un sottinteso italiano, in queste elezioni. Non solo perché l’Ungheria è la nazione più filorussa dell’Unione Europea, una sorta di quinta colonna del dissenso verso Bruxelles. Ma anche perché il voto di domenica dirà se il sovranismo in salsa magiara potrà continuare a fare da sponda alla destra europea – quasi un modello da esportare – o se invece segnerà l’inizio di una crisi irreversibile per quel modo di intendere la politica. Per l’Italia, che guarda con attenzione agli equilibri interni al gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei, la partita ungherese è tutt’altro che secondaria. Magyar, se vincesse, non solo riporterebbe il paese nell’alveo delle istituzioni di Bruxelles, ma romperebbe un’alleanza consolidata che finora ha tenuto in scacco molte decisioni comunitarie. L’isolamento o il rientro: questo il dilemma che pesa sui palazzi europei, mentre Budapest trattiene il fiato in attesa del verdetto.




