Orbán ha tradito la libertà ungherese, Magyar: agenti russi per falsare il voto

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La campagna elettorale per le elezioni parlamentari del 12 aprile, che si preannunciano come la sfida più seria al lungo dominio di Viktor Orbán iniziato nel 2010, ha visto domenica una doppia mobilitazione di piazza a Budapest in occasione della festa nazionale che commemora la rivoluzione del 1848 contro il dominio asburgico, una rivolta che venne poi soffocata dall’intervento dell’Impero russo. Il leader dell’opposizione Péter Magyar, alla guida del partito Tisza che i sondaggi danno per la prima volta in vantaggio sul Fidesz, ha raccolto una folla oceanica nel centro della capitale ungherese e dal palco ha pronunciato parole durissime contro il primo ministro, arrivando a definirlo un traditore della patria e a lanciare un’accusa gravissima: Orbán avrebbe fatto entrare in Ungheria agenti dell’intelligence russa con il compito specifico di manipolare il voto e garantirgli un quinto mandato consecutivo. Una folla altrettanto numerosa, composta dai sostenitori del leader nazionalista, si era radunata in un’altra zona della città per ascoltare il discorso del premier, creando di fatto una giornata di mobilitazioni parallele e contrapposte che ha reso plastica la spaccatura del paese. Il riferimento all’impero zarista, nella ricorrenza del 1848, non è apparso certo casuale nelle parole di Magyar, che ha inteso stabilire un parallelismo storico tra la repressione di allora e quella che, a suo dire, il governo starebbe preparando oggi con l’aiuto di Mosca.

L’accusa mossa dal leader di Tisza, che ha parlato esplicitamente di “agenti russi” giunti a Budapest con copertura diplomatica nelle scorse settimane per orchestrare una campagna di disinformazione e influenzare l’esito elettorale a favore di Orbán, si basa su informazioni di intelligence circolate negli ambienti della sicurezza europea e riprese da testate investigative nelle ultime settimane. “Orbán ha invitato i più abili agenti russi nel nostro paese per interferire nelle elezioni e derubarci ancora una volta del nostro bene più sacro, la libertà ungherese, per la quale i nostri antenati hanno dato la vita”, ha tuonato Magyar dalla piazza, rievocando il sacrificio dei rivoluzionari del 1848 per sottolineare la gravità del tradimento che imputa al premier. Il leader dell’opposizione ha fatto riferimento a rapporti di stampa secondo cui un team di “tecnologi politici” russi, legati al Cremlino, sarebbe già operativo nell’ambasciata russa a Budapest con il compito di sostenere la macchina propagandistica del Fidesz, ritenuta fino a ora poco efficace nel contrastare l’ascesa di Tisza. La Russia ha respinto con forza le accuse, definendole fake news, ma la campagna elettorale ungherese è ormai sempre più segnata dal peso del conflitto in Ucraina e dai complessi rapporti di Orbán con Mosca, rapporti che il primo ministro ungherese ha sempre coltivato, mantenendo contatti regolari con Vladimir Putin anche dopo l’invasione su larga scala del 2022. Non è un caso, del resto, che la festa nazionale cada in un momento di fortissime tensioni con l’Ucraina per il blocco delle forniture di petrolio attraverso l’oleodotto Druzhba, un’interruzione che Budapest attribuisce a Kyiv e che ha portato a un’escalation verbale senza precedenti tra i due paesi.

Una campagna sempre più aspra tra accuse di tradimento e interferenze esterne

Il faccia a faccia a distanza tra i due leader, con le rispettive folle divise ma mobilitate nello stesso giorno, ha rappresentato l’immagine più nitida di una competizione che Magyar ha voluto trasformare in un referendum sul potere orbaniano. Orbán, dal canto suo, ha replicato dalle retrovie del suo comizio con la consueta narrazione che lo vede baluardo di pace e stabilità, ribaltando le accuse e sostenendo che il suo avversario sarebbe in realtà al servizio di Bruxelles e di Kyiv, forze esterne che, a suo dire, vorrebbero trascinare l’Ungheria in guerra. Una linea retorica che il premier sta martellando da settimane con una campagna di manifesti e video, alcuni dei quali realizzati con l’intelligenza artificiale, in cui si suggerisce che un voto all’opposizione porterebbe i giovani ungheresi al fronte. Il governo, inoltre, ha mobilitato l’esercito a presidio di installazioni energetiche e il ministro della Difesa ha lanciato allarmi su possibili “operazioni ibride”, alimentando un clima di insicurezza che i critici del governo giudicano funzionale alla mobilitazione dell’elettorato più fedele. Magyar, rispondendo a questa strategia, ha ribadito con forza la sua posizione pacifista, rivendicando per Tisza il ruolo di autentico partito della pace e accusando Orbán di fomentare la paura della guerra come “ultima arma per rimanere aggrappato al potere”. Al di là degli slogan contrapposti, il nodo delle interferenze russe resta centrale, con Magyar che ha chiesto la convocazione immediata della commissione parlamentare per la sicurezza nazionale per fare piena luce sulla presenza di agenti russi sul suolo ungherese e sulle informazioni che i servizi alleati avrebbero già condiviso con Budapest, informazioni che il governo di Orbán, secondo il leader dell’opposizione, avrebbe colpevolmente ignorato o addirittura nascosto.

Le piazze divise e il peso dell’economia nell’ultimo mese di campagna

Mentre le piazze di Budapest offrivano al mondo l’immagine di un’Ungheria polarizzata come non si vedeva da anni, con decine di migliaia di persone armate di bandiere e striscioni a sostenere l’uno o l’altro schieramento, la campagna elettorale entrava nel suo mese conclusivo con i sondaggi che, per la prima volta in quattordici anni, mostrano il Fidesz in svantaggio rispetto al partito di opposizione. Magyar, forte del vento favorevole, ha speso gran parte del suo discorso non solo sulle accuse di tradimento e di collusione con Mosca, ma anche sui temi economici e sociali, toccando corde che risuonano profondamente in un elettorato provato da anni di inflazione elevata e da servizi pubblici in affanno. Orbán, ha scandito il leader di Tisza, non ha costruito un paese ma un proprio dominio personale, ha reso l’Ungheria lo stato più povero e corrotto dell’Unione Europea e ha tradito il futuro dei cittadini. La promessa, in caso di vittoria, è quella di sbloccare i fondi europei congelati per le preoccupazioni sullo stato di diritto e di investirli per risollevare il sistema sanitario, da molti descritto come al collasso, e per migliorare le condizioni di vita quotidiana delle famiglie. Una promessa che si scontra con la dura realtà di un bilancio statale sotto pressione, ma che intercetta il malcontento di quanti, pur avendo votato Fidesz in passato, oggi guardano con interesse al movimento di Magyar, un ex insider del sistema che conosce bene i meccanismi del potere che vuole combattere. Il vero nodo della campagna, al di là delle accuse di spionaggio e delle suggestioni storiche, resta la capacità dei due leader di mobilitare i propri elettori in un testa a testa che si preannuncia incertissimo e che deciderà non solo il futuro dell’Ungheria, ma anche i suoi equilibri all’interno dell’Unione Europea e il suo rapporto con una Russia che, secondo le accuse di Magyar, sta tentando in tutti i modi di mantenere Orbán al potere.

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