Meloni riceve a palazzo Chigi il premier ungherese Magyar: «Uguali su migranti e Balcanti»

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha incontrato ieri mattina a palazzo Chigi il primo ministro eletto dell’Ungheria, Péter Magyar. Un faccia a faccia, questo, durato poco meno di un’ora (una cinquantina di minuti, secondo talune fonti di stampa) e che assume una valenza particolare se si considera il momento politico delicato che sta attraversando l’Europa, dove gli equilibri post-elettorali in Ungheria – con l’uscita di scena di Viktor Orbán – impongono una ridefinizione persino delle alleanze più consolidate. A testimonianza del carattere squisitamente interlocutorio del bilaterale, il premier in pectore, non essendo ancora formalmente in carica (insediamento previsto per sabato), è stato accolto nel cortile del palazzo dal solo consigliere diplomatico del governo italiano, e non dalla premier con gli onori militari, un dettaglio cerimoniale che ne ha sottolineato lo status ancora “transitorio” pur nella sostanza politica dell’incontro.

I punti di convergenza tra Roma e Budapest

Al termine del colloquio, è stato lo stesso Magyar a tracciare il sunto delle posizioni comuni, elencando una serie di priorità che sembrano far da collante tra il governo guidato da Meloni e il prossimo esecutivo magiaro. «Abbiamo constatato – ha dichiarato il leader ungherese – che l'Italia e l'Ungheria condividono posizioni simili su molte questioni». Ha menzionato, in particolare, la “lotta decisa contro l'immigrazione illegale”, un dossier caldo per entrambe le amministrazioni; l’accelerazione del processo di “adesione all'Unione Europea dei Paesi dei Balcani occidentali”; e infine il tema, caldo in sede europea, del “rafforzamento della competitività degli Stati membri”. Da parte sua, Magyar ha rilanciato, invitando subito la presidente del Consiglio a Budapest, auspicando un futuro di collaborazione anche su capitoli concreti come gli investimenti incrociati o il completamento del porto ungherese di Trieste – un’infrastruttura strategica per il commercio nell’area.

L’uomo che viene dal «sistema»

Chi è, dunque, l’interlocutore che la premier ha ricevuto prima ancora del suo insediamento ufficiale? Nelle ore precedenti la trasferta romana, Magyar – che partecipava al Riviera Film Festival in Liguria – si era concesso alla stampa internazionale in quella che veniva definita la sua “prima intervista da uomo libero” prima del giuramento. Apparso teso, quasi con la testà altrove, il futuro premier ungherese ha ripercorso la genesi della sua ascesa, che lo ha portato a sconfiggere il sistema orbániano dopo sedici anni. Un aspetto, questo, che Magyar stesso definisce paradossale: lui è un “sopravvissuto”, un ex insider che conosce i meccanismi del potere appena sconfitto e che, a differenza delle vecchie opposizioni, sa come smontarne la macchina propagandistica. «Dobbiamo ricostruire e riunificare il Paese», ha detto, avvertendo però che «non sarò un leader perfetto, questo è certo».

Sfide giudiziarie e metafore mafiose

Non è sfuggita, nella narrazione pubblica del leader ungherese, la costante – e per certi versi cruda – analogia tra la battaglia politica contro il regime di Orbán e la lotta alle mafie. Lo ha ribadito anche durante la sua breve trasferta italiana, dove ha ricordato le figure dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, morti nella strage di Capaci. «Anche in Ungheria – ha affermato Magyar – abbiamo dovuto combattere una mafia diversa, una mafia politico-economica». Un parallelo, questo, utilizzato durante la campagna elettorale per mobilitare l’elettorato contro un sistema accusato di aver strozzato le libertà e di essersi retto su pratiche elusive. Il riferimento ai due giudici siciliani, per quanto suggestivo, serve al premier eletto per tracciare un solco netto con il passato: dove Falcone e Borsellino persero la vita, lui promette (senza enfasi retorica) di riportare l’Ungheria sotto la rule of law, sbloccando i fondi europei finora congelati per i noti motivi legati allo stato di diritto.

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