La Cina conferma l'invito di Trump al "Board of Peace", mentre Putin valuta. Un miliardo per entrare nel club.

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Pechino ha ufficializzato, sebbene con la consueta cautela diplomatica, di essere nel novero dei destinatari della proposta partita dalla Casa Bianca. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, ha infatti confermato, rispondendo a una domanda nel corso di un incontro con la stampa, che "la Cina ha ricevuto l'invito degli Stati Uniti" a partecipare al "Board of Peace". Una dichiarazione, la sua, volutamente laconica, che ha evitato con scrupolo qualsiasi anticipazione circa una possibile accettazione da parte di Pechino, lasciando così ampio spazio a una valutazione che, com'è nelle sue abitudini, sarà certamente ponderata e legata a un calcolo strategico di più ampio respiro.

Un club esclusivo e costoso

Il quadro dell’iniziativa, che molti osservatori non esitano a definire come una sorta di “Onu parallela” a guida personale del presidente americano, inizia a delinearsi con tratti sempre più netti. Elemento di spicco, e oggetto di numerose discussioni, è il contributo finanziario richiesto per l’adesione, fissato – stando alle informazioni trapelate – nella cifra di un miliardo di dollari, una somma che di per sé delinea il carattere elitario e selettivo del progetto. Il "Board of Peace", secondo quanto ricostruito, vedrebbe Donald Trump assumere un ruolo di presidenza a vita, configurandosi così come un organismo distinto e separato dalle architetture multilaterali tradizionali. La lista ufficiale dei partecipanti, la cui pubblicazione è attesa nei prossimi giorni con ogni probabilità in occasione del Forum economico mondiale di Davos, potrebbe riservare ulteriori sorprese, confermando la volontà di coinvolgere attori spesso ai margini della scena diplomatica occidentale.

Gli altri invitati e il contesto di Gaza

Oltre alla Cina, infatti, l’invito è stato esteso anche al leader del Cremlino, Vladimir Putin, il cui portavoce Dmitry Peskov ha dichiarato che la proposta è attualmente “in fase di valutazione”. Un altro nome che circola con insistenza è quello del presidente bielorusso Alexander Lukashenko. La nascita di questo Consiglio si inserisce, non senza alcune evidenti contraddizioni, nel solco della risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che lo scorso novembre aveva accolto la costituzione del Board nell’ambito del Piano globale statunitense per Gaza. Questo legame formale con le Nazioni Unite, tuttavia, stride con la natura alternativa e fortemente personalistica dell’iniziativa, che rischia di creare duplicazioni e sovrapposizioni operative, in particolare riguardo alla complessa gestione del cosiddetto Gaza Executive Board e dei suoi molteplici organismi.

Uno scenario in divenire

La convocazione a Davos per la firma dello Statuto del Comitato di Pace, prevista per giovedì su chiamata dello stesso Trump, rappresenterà il primo banco di prova concreto per misurare l’effettiva adesione al progetto da parte dei grandi invitati. Parallelamente, la situazione nella regione di Gaza, nonostante il quadro istituzionale in via di definizione, rimane tesa, come testimoniano i recenti movimenti militari statunitensi nell’area, con l’invio di ulteriori caccia F35 in Giordania e l’avvicinamento della portaerei Lincoln. La storia recente, d'altronde, invita a una certa prudenza nell'accogliere annunci di svolte diplomatiche, considerato che iniziative presentate in grande stile in passato – come il caso, in ambito differente, dell'annuncio di un clemenza per condannati a morte iraniani in onore di Trump, poi ridimensionato dalle autorità di Teheran – hanno conosciuto esiti ben diversi dalle premesse.

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