Saros, il ritorno di Housemarque tra echi di rimorso e proiettili danzanti

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   C’era una volta l’era arcade, quella che Housemarque chiuse nel 2017 con una lettera aperta dai toni spiazzanti, proprio come certi inverni finlandesi. Lo studio di Helsinki, celebre per piccole gemme quali Dead Nation e Resogun, aveva messo il piede sul globo terracqueo dei videogiochi ma senza riempire il cascinale di soldi. E così nacque un’idea diversa, Returnal, che poi avrebbe spalancato le porte dei PlayStation Studios. A distanza di cinque anni, quel Titolo – nonostante non abbia macinato vendite da capogiro – si è trasformato in un cult per la nona generazione, specialmente guardando alla line-up di PlayStation 5. Lo si ama o lo si ignora, praticamente senza vie di mezzo, proprio in ragione della sua natura distante dal mercato di prima fascia. Ora arriva Saros, previsto per il 30 aprile su PS5, e la domanda sorge spontanea: come se la cava questa nuova esclusiva? -1-7

L’attore, il soldato e l’eclissi

Nei panni di Arjun Devraj, interpretato da Rahul Kohli – volto noto delle serie tv targate Flanagan – il giocatore si immerge in un viaggio che mescola esplorazione e tensione psicologica. L’ambientazione è Carcosa, una colonia remota tormentata da un’eclissi ciclica, la quale non si limita a oscurare il cielo ma ridefinisce la morfologia stessa del mondo, incidendo sulla narrazione e sui suoi temi (determinazione, resistenza mentale, confronto con un’oscurità profondamente intima). A supporto c’è un doppiaggio interamente in italiano, piccolo dettaglio che segnala la volontà di Sony di investire su un prodotto tutt’altro che mainstream. Non è un caso: il lancio del trailer ufficiale ha svelato un universo di mistero e azione cinematografica, promettendo di ridefinire il genere bullet hell con una marcia narrativa in più.

Metacritic, voti e quel numero magico

Il tempo delle chiacchiere è finito da qualche giorno, visto che il review embargo è caduto lasciando emergere un quadro statistico piuttosto chiaro. Sul computo di 89 recensioni, Saros ostenta un punteggio di 88 su Metacritic (e 89 su Opencritic), piazzandosi leggermente sopra il già celebrato Returnal (che si fermò a 86). La rivista tedesca GamePro gli ha rifilato un 89, definendolo un “action blockbuster” che richiede una bella dose di tolleranza alla frustrazione; GameStar lo loda per la tecnica sopraffina, capace di offrire un “effetto tempesta” a 60 frame al secondo senza battere ciglio. IGN, invece, tiene un profilo più basso con un 7, lamentando che certe tematiche astratte rischiano di perdersi per strada. Un po’ come nella vita, d’altronde, se vuoi essere amato da tutti rischi di non piacere a nessuno.

Quando morire diventa un mestiere

La vera novità rispetto al passato sta nel sistema di progressione, più generoso e meno punitivo. Chi ricordava la rigidità di Returnal (morte uguale restart secco) troverà qui una struttura più flessibile: l'”Armatura Matrix” e le risorse permanenti fanno sì che ogni caduta lasci comunque un mattone nell’edificio della potenza di fuoco. Se ci si schianta contro un boss, non si torna proprio a mani vuote; anzi, si torna “più forti” la volta dopo, grazie a un arsenale che si evolve e si personalizza. Il controller DualSense viene sfruttato in modo estensivo, con i grilletti adattivi che distinguono tra colpi normali e speciali in base alla pressione del dito, eliminando la rottura di dover navigare in menù durante le fasi più calde. Lo scudo Soltari, poi, non è solo difesa: assorbe colpi e li rispedisce al mittente, in un balletto di proiettili che sembra uscito da un film di John Woo girato su un pianeta alieno.

Un’estetica da blockbuster e qualche perplessità

Visivamente, Saros rappresenta un salto generazionale. La direzione artistica alterna paesaggi che sembrano usciti da Leyndell (la capitale di Elden Ring) a strutture industriali che profumano di Ridley Scott, con una colonna sonora elettronica e drone-metal curata da Sam Slater (già dietro a Chernobyl e Joker). Tuttavia, come spesso accade in questi casi, non tutti i difetti sono stati levigati. Alcune testate sottolineano che la storia, pur più presente rispetto a Returnal, finisce talvolta per essere troppo astratta; i temi forti – il rimorso, la corruzione aziendale, la perdita – vengono accennati ma poi sommersi dall’effetto speciale. Insomma, Arjun Devraj rischia talvolta di sembrare più una “fiammifera che incendia il mondo” che un uomo in carne e ossa. Resta il fatto che, dopo anni di giochi che hanno paura di spiazzare, Housemarque ha confezionato un prodotto che non chiede scusa per la sua complessità. Lo si può amare o odiare, ma ignorarlo sarà dura.

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